Underground

Underground

Il 20 marzo 1995 i seguaci della setta “Aum Shinrikyo” compiono un attentato violentissimo alla metropolitana di Tokyo. Moltissimi gli intossicati (circa seimila) e dodici persone morte per via delle inalazioni del gas sarin (un letale gas nervino) diffuso nei convogli. Il piano è ben congegnato: cinque membri della setta si mescolano ai pendolari del lunedì mattina e nascondendo il gas in forma liquida in sacchetti di plastica avvolti nei quotidiani lo lasciano all’interno dei convogli della metropolitana o in alcune stazioni, dopo aver bucato i sacchetti con la punta degli ombrelli che portano con loro. Sono più linee ad essere colpite in quel lunedì mattina qualsiasi. Izumi Chiyoka ha 26 anni e lavora proprio per le JR (Japan Railways), un posto di lavoro invidiabile. È come tanti su un convoglio della metro (la linea Chiyoda) e ad un certo punto avverte che c’era qualcosa che non va. Tutti i passeggeri sono rimasti assolutamente composti ma hanno cominciato a tossire. A lei, all’improvviso bruciano gli occhi. Sarà un malanno di stagione, pensa. Scesa alla sua fermata le sue condizioni peggiorano rapidamente. Giramenti di testa, vista annebbiata. È stata intossicata dal sarin. Per sua fortuna, dopo il ricovero in ospedale, tutto torna come prima. Kano Hiroyuki è un ex esponente della setta di Aum. Tutto è cominciato praticando yoga nella sede del culto. Poi è stato avvicinato e nel giro di cinque mesi era già un membro attivo della comunità. Ha poi compreso che c’era qualcosa – e lui non sa definire cosa – di sbagliato e ha lasciato la comunità, ma non il credo di Aum ...

Underground è di certo uno dei lavori più discussi di Haruki Murakami. La setta “Aum Shinrikyo”, fondata nel 1987 da Shoko Asahara, condannato alla pena capitale proprio per l’attentato alla metropolitana di Tokyo, pone i suoi cardini su una commistione di culti: nei suoi discorsi Asahara cita sia il buddismo sia l’induismo. La divinità primaria in cui gli adepti ripongono il loro credo è Shiva (il “distruttore” secondo gli induisti) e attraverso alcune “illuminazioni” questi ultimi sarebbero giunti alla completa liberazione (con chiaro riferimento al buddismo). Tutta la struttura della setta di Aum è fortemente gerarchica e gli adepti sono “costretti” a rispettare gli ordini a loro impartiti. Il reportage è diviso in due sezioni ben distinte: lo scrittore giapponese intervista nell’arco di quasi due anni, a partire dal 1996, sia i cittadini che sono stati vittime dell’attentato, sia alcuni ex membri della setta “Aum Shinrikyo” che pur non facendo più parte del gruppo di fanatici avevano cognizione dei motivi per cui quell’orribile attentato era stato eseguito, nonostante nessuna delle indagini della polizia sia riuscita a comprenderne a pieno le ragioni. In Giappone l’autore è stato criticato aspramente per questa sua equidistanza tra le parti, come se non volesse solo condannare – anche se a mio avviso la condanna è implicita – ma volesse conoscere un diverso punto di vista (quello appunto della setta). Il lavoro è un reportage corale che, quasi a voler essere un affresco sociale, rappresenta perfettamente alcuni tratti della contemporaneità giapponese. Tutti gli intossicati lo sono stati perché non hanno abbandonato immediatamente i convogli, si sono poi – nonostante i sintomi – diligentemente recati sul posto di lavoro e non direttamente (forse anche perché l’evento era così imprevedibile) in ospedale per farsi prestare soccorso. Una società complessa, variegata, lontana anni luce dalla nostra, quella giapponese, ma che vale la pena di conoscere. Anche solo leggendo questo reportage.



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