Uno dei nostri

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Claude Wheeler apre gli occhi che è quasi l’alba e dà una vigorosa scrollata al fratello minore, che sta sdraiato sull’altra metà del letto. Il fratello minore si chiama Ralph, e Claude gli intima di andare giù con lui e di aiutarlo ad andare a lavare la macchina per andare al circo. Ralph si volta dall’altra parte. Si tira su il lenzuolo sulla faccia perché le finestre non hanno tende, e lui non vuole affatto che il sole nascente gli ferisca lo sguardo e lo desti definitivamente. Claude viceversa si alza e si veste nello spazio di un sospiro. Nella semioscurità scende a tentoni due rampe di scale, i ciuffi di capelli rossi dritti in testa come la cresta di un gallo. Attraversando la cucina, entra in bagno, dove ci sono due lavabi di porcellana con l’acqua corrente…

È amara come un’erba di campo – come una di quelle di cui il testo biblico in generale, non solo quello veterotestamentario, raccomanda la preparazione nei giorni della festività pasquale – la realtà che Willa Cather racconta. In una maniera così straordinaria che nel millenovecentoventitre ci ha vinto il Pulitzer. E non poteva essere altrimenti. Il mondo sta cambiando, e tutto sembra oscillare come il copertone che, legato al ramo dell’albero, funge in tanti giardini da altalena: ogni cosa è preda dello sguardo feroce della dicotomia, la città è contrapposta alla campagna ancora tutt’altro che urbanizzata, la cultura all’ignoranza, l’ambizione alla resa. Willa Cather racconta attraverso i suoi personaggi nitidissimi la faccia oscura del sogno americano, che sembra una stella ma è solo latta, come quella che brilla sul petto degli sceriffi.



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