Uno di noi

Uno di noi
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Da qualche parte in Kansas, Stati Uniti. Dopo aver litigato con il proprio figlio, una madre chiama il suo ex-marito e gli intima di venirselo a prendere. Quando questo arriva, vede che il ragazzino è rosso in faccia. Ha pianto: a causa dell’allarme tornado sua madre – di solito violenta e non proprio presente – gli ha impedito di andare al cinema, sbattendolo giù dal letto e colpendolo alla testa con il telefono. Una volta a casa, il padre si consulta con l’altro figlio, il fratello maggiore: è l’occasione giusta per cominciare, finalmente, una nuova vita in New Mexico – a sud-ovest del Kansas – ed allontanarsi definitivamente dalla loro madre, ottenendo per di più l’affido. Dunque genitore e primogenito concordano di truccare, fotografare e poi ritoccare l’istantanea del fratello più piccolo, così da convincere gli assistenti sociali. Prima che la foto sia scattata, quest’ultimo si tira pure due ceffoni sulle guance, per far sembrare il tutto più convincente. Un’ora dopo, i tre maschi sono a caccia di tornado. Qualche settimana dopo sono ad Albuquerque, la città più popolosa del New Mexico. Per persuadere in maniera definitiva gli assistenti sociali, il minore si è dovuto inventare un’altra bugia, questa volta ancora più grande: che sua madre, una notte, gli ha messo la mano dentro i boxer. Quest’ultima grande menzogna si è rivelata il lasciapassare definitivo per l’affido al padre e per l’inizio di una nuova vita, che già dai primi chilometri sembra essere migliore della precedente...

In un’intervista rilasciata a “Rolling Stone”, Daniel Magariel – all’esordio assoluto come scrittore ‒ ammette candidamente che suo padre era un tossicodipendente. Da qui l’idea di scrivere un romanzo, breve ma intenso, che descriva – dal punto di vista di un adolescente – cosa significhi avere un genitore tossico. E gli occhi del protagonista, molto più di quelli del suo fratello maggiore, sono ingenui, quasi innocenti, gli occhi di un’anima in pena che se commette qualche errore o racconta qualche bugia sembra sempre farlo perché è spinto da qualcuno o qualcosa, non per sua cosciente e spontanea volontà. Così, ogni qualvolta il dodicenne vede suo padre fatto, oppure sente gli odori provenienti dalla sua stanza, o ancora ha un qualsiasi dialogo con lui, ciò che ritorna al lettore è un’immagine cruda e spietata, lo spaccato di vita di una persona che quella situazione l’ha vissuta davvero. Facendo le dovute differenze, questo rapporto padre-figlio è diametralmente opposto a quello presente ne La strada di Cormac McCarthy: per Magariel una situazione difficile, in questo caso la tossicodipendenza, può portare un padre a non curarsi del figlio, fino ad arrecargli del male; per McCarthy invece – ok, La strada è un romanzo fantascientifico ed una situazione apocalittica non è minimamente paragonabile alla realtà, eppure vi è descritta una magnifica relazione, ed è a quella che si fa riferimento – una condizione penosa è l’occasione per raccontare come un legame possa rafforzarsi fino a diventare viscerale. Uno di noi è in definitiva un romanzo moderno, contemporaneo, che dipinge una realtà comune a molte persone che attraversa le generazioni, dai Seventies a oggi. Unica pecca: la mancanza di approfondimento in alcuni passi, che l’avrebbe reso un romanzo più completo.



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