Uno, nessuno e centomila

Uno, nessuno e centomila

Tutta colpa di un naso che pende verso destra. E del fatto che Vitangelo Moscarda, fino all’età di 28 anni e fino al mattino in cui sua moglie Dida glielo fece notare, non se ne era mai reso conto. Così come non aveva mai notato nessuno di quella lista di piccoli difetti fisici che Dida, quella stessa mattina - e non senza affetto - gli elencava: le sopracciglia, l’attaccatura delle orecchie, il mignolo, il ginocchio destro. Gengè, come lo chiamava lei, restava comunque un bell’uomo. A Richieri era conosciuto come il figlio del banchiere-usuraio del paese, che ora viveva di rendita dei beni del padre, amministrati da due collaboratori. Un uomo senza preoccupazioni, in apparenza ordinario. Fino a quella scoperta del naso. Niente a che fare con la vanità, ma con qualcosa di più profondamente tragico: “non conoscevo bene neppure il mio stesso corpo, le cose mie che più intimamente mi appartenevano…Cominciò da questo il mio male. Quel male che doveva ridurmi in breve in condizioni di spirito e di corpo così misere e disperate che certo ne sarei morto o impazzito”. Chi è Vitangelo Moscarda? È Gengè dal naso storto che sua moglie vede? È il figlio dell’usuraio che vedono i suoi concittadini? È una delle molteplici immagini che ogni persona che incontra ha di lui? Non è quell’uno che credeva di essere ma non è neppure nessuna di quelle identità che vedono gli altri, e che cerca piano piano di distruggere. Fino all’irrimediabile identificazione ultima e finale: un folle. Che finalmente può essere in centomila forme diverse, ma a patto di non assumerne mai nessuna...

Uno, nessuno e centomila è l’ultimo romanzo di Pirandello, il suo lascito testamentario, insieme summa e punto di non ritorno. Figlio di una gestazione di 15 anni e di un pensiero che ormai andava trovando le sue estreme conseguenze, anche grazie all’intensa attività teatrale. Il tema del doppio, dello specchio, della maschera si fa qui ancora più profondo, complesso, tragicamente universale: non è più una situazione eccezionale a far esplodere il paradosso dello sdoppiamento o delle molteplici identità e a metterli in circolo nell’esperienza, come era stato per Il fu Mattia Pascal, ma una situazione normalissima, comune potenzialmente a tutti. È la scissione, la distanza, l’impossibile convergenza tra il vivere e il vedersi vivere, tanto che il secondo può arrivare ad arrestare il primo: ”quando uno vive, vive e non si vede. Conoscersi è morire. Lei sta troppo a mirarsi in codesti specchi, in tutti gli specchi, perché non vive. Vuole troppo conoscersi, e non vive”. Ma è anche, come definisce lo stesso autore, un romanzo di scomposizione della vita, fino al liquefarsi dell’individuo in un ideale vitalistico e panistico, scioglimento dell’io in centomila forme senza nome, proprio per uscire dalla “pena della sua propria forma” che ogni essere porta con sé: “nessun nome(…). Non è altro che questo, epigrafe funeraria, un nome. Conviene ai morti. A chi ha concluso. Io sono vivo e non concludo. La vita non conclude. E non sa di nomi, la vita. Quest’albero, respiro tremulo di foglie nuove. Sono quest’albero. Albero, nuvola; domani libro o vento: il libro che leggo, il vento che bevo. Tutto fuori, vagabondo”. Un vertice della letteratura italiana ed europea del Novecento.



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