Uno ogni sette ore

Uno ogni sette ore
1546 (2001). 1478 (2002). 1445 (2003). 1328 (2004). 1280 (2005). 1341 (2006), con un incremento del 4,8% . A guardarli così questi numeri diresti che sono stipendi medi di un operaio specializzato. In realtà si tratta delle persone assassinate sul lavoro. Non a caso si usa il termine “assassinio”, non a caso si comparano i soldi con il rischio di morte sul posto di lavoro. Nel breve ma interessante saggio Uno ogni sette ore – Perché di lavoro si muore vengono spiegate, in una prima e sintetica parte, come furono ottenute le norme più importanti relative alla sicurezza sul lavoro, un risultato raggiunto a fatica nel corso di anni di contrattazioni e battaglie. Un insieme di indicazioni convogliate nel Testo Unico (d.lgs 81/2008), con lo scopo, purtroppo ambizioso, di proteggere la persona sul proprio posto di lavoro, che può diventare una trappola micidiale, capace di mutilare e uccidere. Una seconda parte, dedicata alle testimonianze, ci dimostra quanto dura e rischiosa possa essere una qualsiasi realtà lavorativa. Un giovane marocchino cade da un ponteggio, sul quale era stato fatto salire senza protezioni. Moribondo, viene abbandonato sul ciglio di una strada, per fingere che sia stato vittima di una rissa tra connazionali. La vicenda ThyssenKrupp raccontata da un operaio, la vita del pompiere nelle grandi città, l’amianto-killer che uccide lentamente...
Che il mondo del lavoro fosse vario, lo si sapeva. Ma che le problematiche inerenti la sicurezza fossero un mare sterminato da attraversare a vista era più difficile da immaginare, almeno senza le informazioni e la conoscenza di dettagli che libri come questo possono dare. Che alla base ci fosse un mito da sfatare, poi, è addirittura sorprendente. Perché occorre prima di tutto cancellare dalla testa delle persone l’idea che l’incidente sul lavoro possa essere dovuto ad una fatalità. E non è così scontato come si potrebbe pensare. "Fatalità" è un vocabolo che non può e non deve esistere all’interno di un processo produttivo. Qualsiasi livello di rischio va adeguatamente previsto, calcolato, evitato. Ma ci sono cose che spaventano ancora di più e che questo libro ci svela, pur avendole quotidianamente sotto agli occhi. Cose apparentemente senza senso. Cose che non sembrerebbero accettabili se estrapolate dal testo. Cose come questa: “Se una comunità lavorativa è indotta ad accettare più denaro in cambio del riconoscimento delle nuove esigenze imposte dalla proprietà, impara via via a monetizzare persino i rischi”. Già, è così. Il denaro ci compra sempre, ci ha già comprati e lo fa un po’ di più ogni giorno che passa. Perché dei soldi siamo schiavi, dipendiamo dai soldi, senza quelli non sfameremmo noi e i nostri figli. Questa è la vera e unica legge uguale per tutti. Detta così sembra una banalità, ma quando accetti di fare una cosa pericolosa in cambio di un bonus sulla busta-paga di fatto fai questo. Vendi non solo il tuo tempo in fabbrica, ma metti a repentaglio anche il resto della tua vita. Il denaro ti fa dimenticare qualsiasi cosa, qualsiasi paura o indicatore di rischio. Ed è così che funziona oggi. Ben poco hanno fatto i governi che negli anni si sono succeduti, questo è assodato. Quei pochi passi avanti stanno per essere cancellati dalla frammentazione dei processi produttivi, dalle terziarizzazioni e dal precariato. Ed i settori più a rischio, giocando con queste regole, sono l’edilizia e la sanità. Dopo svariate scatole cinesi aperte e richiuse, chi poi sul campo ci lavora corre il rischio di non sapere quali siano i reali rischi che sta correndo, che siano pericoli di caduta o d’infezione. Con la terziarizzazione scompare la professionalità, intesa come conoscenza del mestiere a trecentosessanta gradi. Ma il mercato vuole questo: Il famoso just in time, che non ammette tempi morti, ma che i morti, poi, li accetta come scotto da pagare. Perché, come si dice in questo libro, tanto poi lo tsunami sommergerà qualcun altro.

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