Uno sbirro non lo salva nessuno

Uno sbirro non lo salva nessuno

16 Marzo 1990. Emanuele Piazza scompare. Tutta la sua famiglia, inclusi il padre Giustino e il fratello Andrea, lo stanno aspettando a casa. Ma Emanuele tarda, Emanuele non arriva, Emanuele non arriverà mai più. Impossibile che sia sparito per questioni di “fimmine”. Sia l’avvocato Giustino che il giovane Andrea sanno che Emanuele ha pestato i piedi a qualcuno e che non lo vedranno mai più vivo. Forse neanche morto. La città di Palermo di quegli anni è crudele, non dà giustizia e spesso non restituisce i corpi dei figli alle loro madri. A casa di Emanuele, un villino a Sferracavallo, è rimasto tutto come l’ha lasciato. Forse Emanuele pensava di rientrare da un momento all’altro. Non ha infilato neanche le scarpe per uscire, probabilmente preso dalla fretta di risolvere qualcosa nel più breve tempo possibile. Anche la scatoletta del cibo di Ciad, il suo rottweiler, è rimasta intatta. Non l’avrebbe mai lasciato affamato. Emanuele è un poliziotto, o meglio, lo era, prima di abbandonare la carriera per rientrare a Palermo. Eppure quell’elenco di nomi scomodi e di taglie su teste eccellenti che Giustino e Andrea trovano a casa sua rappresentano la prova che, in fondo, il giovane Piazza non ha mai abbandonato il suo sogno di “sbirro”. Proprio come il suo amato Serpico…

Undici anni e forse più. È questo il tempo che intercorre tra la scomparsa di Emanuele Piazza per “motivi sconosciuti” e la certezza della sua morte. Un caso di lupara bianca, tanto di moda nella Sicilia a cavallo tra gli anni Ottanta e i Novanta. Undici anni in cui le voci di Giustino, il padre, noto avvocato di Palermo, e di Andrea, uno dei cari fratelli di Emanuele, cercano di urlare giustizia, trovando il più delle volte negazioni, “non ricordo” e “non so”, anche e soprattutto da parte della giustizia stessa. Giacomo Cacciatore ci racconta la storia di Emanuele Piazza, sbirro, e “uno sbirro non lo salva nessuno”. Il fatto di cronaca ci viene presentato dal punto di vista della famiglia, che non ha mai smesso di lottare per piangere in pace il proprio figlio. Ma cacciatore ce lo racconta anche dal punto di vista di Ciccio Onorato, amico fraterno di Emanuele, noto killer dell’epoca, suo traditore. Parole che ricalcano gli atti di processi e le dichiarazioni di chi, in qualche modo, ha incrociato la strada di un collaboratore “non ufficiale” della giustizia. In modo secco e diretto Cacciatore ci racconta una storia di dolore, di tradimento e di corruzione. A nulla serve l’implicito pentimento di Francesco Onorato, uomo di mafia, amico di Emanuele, colui che, sfruttando proprio questa amicizia viscerale e abbandonando qualsiasi scrupolo, ha consegnato Emanuele nelle mani dei suoi aguzzini. Perché l’amicizia a volte non basta. Ma il rimorso, forse, rimane per sempre. Nel 2001, dopo 11 anni, si dichiara l’omicidio di Emanuele Piazza, uomo scomodo, sciolto nell’acido e messo a tacere per sempre.



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