In uno Stato libero

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Anni Sessanta. A bordo di una piccola, malandata nave a vapore greca che fa rotta dal Pireo ad Alessandria d’Egitto, un uomo fa la fila per un caffè. Il piccolo barista è di pessimo umore, e pessimo è anche il caffè che prepara. Anche il resto del personale è di cattivo umore: la proverbiale cortesia greca pare rimasta sulla terraferma, forse perché – ragiona oziosamente l’uomo – è “intimamente connessa all’ozio, alla mancanza di lavoro, alla pastorale disperazione”. La nave è affollata di profughi, greci di origine egiziana espulsi dalla loro nuova patria perché la liberazione dell’Egitto ha reso non più giustificata la loro permanenza in territorio ellenico: ma loro nel frattempo in Grecia avevano trovato lavoro, si erano sistemati e quindi sono in un certo senso “vittime di tale libertà”. Navi malandate come quella li avevano portati via dall’Egitto anni prima, e ora le stesse navi li riportavano in patria. Assieme a loro viaggiano studenti americani, uomini d’affari libanesi, una troupe di ballerine spagnole di night-club, grassi studenti egiziani che ritornano dalla Germania e un bizzarro vagabondo che afferma di aver girato il mondo e non sta zitto un attimo, che ora dopo ora si attira con i suoi dispetti l’odio di molti passeggeri… Santosh a Bombay fa una vita umile ma dignitosa, è al servizio di un uomo d’affari che però a un certo punto viene incaricato dal governo indiano di recarsi a Washington per qualche anno. Santosh è dispiaciuto, dovrà cercarsi un nuovo lavoro e non sarà facile: già si vede a fare di nuovo il facchino, a correre dietro ai pullman che arrivano alla stazione urlando per farsi scegliere in una folla di altri facchini. Il suo principale si accorge del dolore del suo tuttofare, e prova che ti riprova riesce ad ottenere di portarlo con sé a Washington. Santosh è felice ora, ma certo abituarsi ad uno stile di vita e ad un ambiente così radicalmente diversi da quelli di Bombay sarà certo un’impresa non da poco. I problemi iniziano già sull’aereo, sul quale Santosh si presenta con una miriade di fagotti, vestito con un camicione e calzoni larghi legati in vita con un laccio e quel che è peggio con la bocca piena di betel. Con la hostess è odio a prima vista…

Pubblicata nel 1971 e nello stesso anno vincitore del prestigioso Booker Prize, In uno Stato libero è una raccolta in cui tre racconti lunghi sono cuciti assieme da un prologo e un epilogo in cui Vidiadhar Surajprasad Naipaul racconta due suoi viaggi in Egitto, uno in nave e l’altro in aereo. Memorabile soprattutto il secondo, fatto assieme a una compagnia di circensi della Cina comunista e ad un gruppo di italiani benestanti: il ritratto dolente di un Egitto alla vigilia della guerra con Israele che da solo varrebbe l’acquisto del libro. Spassosissima invece la storia dell’indiano Santosh, catapultato in una Washington per lui del tutto aliena e ossessionato dall’attrazione-repulsione per gli Hubshi, gli afroamericani. Decisamente più drammatico il registro narrativo degli altri due racconti: la storia di due fratelli indiani che cercano di costruirsi un futuro in Inghilterra mentre il loro rapporto oscilla tra verità e bugie, amore e odio e la cronaca della decadenza di un regno africano alle soglie di un colpo di Stato vista attraverso gli occhi di un ufficiale dell’esercito omosessuale che si ritrova impelagato in una relazione con una donna assai poco stabile emozionalmente e mentalmente. La prosa di Naipaul è brillante, fascinosa, capace di scandagliare nell’animo dei personaggi – che è a ben vedere l’ambientazione principale del libro – e di descrivere vividamente società da noi lontane nello spazio e ormai, dato che In uno Stato libero sta per compiere mezzo secolo, anche nel tempo. Nonostante raccolga tre (anzi, cinque) storie indipendenti tra loro, il libro è stato presentato sin dall’inizio anche dall’autore come un romanzo, nonostante il parere negativo della sua editor di allora, Diana Athill, che avrebbe visto meglio il frammento che dà il titolo a In uno Stato libero pubblicato a sé e non percepiva questa grande unità tematica tra quella e le altre storie. Una posizione che ai tempi fece infuriare Naipaul, che però col tempo dovette ricredersi, tanto che nel 2008 finì per seguire il suggerimento della Athill (ma di questo ripensamento non c’è ovviamente traccia in Italia, dove l’unica edizione del libro è questa, peraltro oggi esaurita). L’unità tematica tra il resto dei frammenti che compongono il romanzo/la raccolta è invece evidente: lo sradicamento di uomini costretti dalla brutalità della storia o dalle vicende personali e familiari a trasferirsi in altri Paesi, il senso di smarrimento, di perdita, di vuoto.



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