Uno studio in rosso

Uno studio in rosso
Zoppicante e di ritorno dall’Afghanistan in una grigia Londra, con poco più di undici scellini al giorno garantiti dal fondo governativo a favore dei reduci, il medico John Hamish Watson - ustionato, smunto e ferito - è in cerca di un alloggio economico. Guarda caso Sherlock Holmes - un perdigiorno che passa il suo tempo in obitorio a percuotere cadaveri e provare su se stesso campioni di veleno - ha appena affittato un appartamento al 211/b di Baker Street ed è in cerca di un coinquilino per dividere le spese. Bastano un paio di battute e una stretta di mano e i due sono pronti per vivere insieme, tra strane sonate di violino e un marcescente odore di tabacco da pipa. Nemmeno il tempo di qualche cena in tutta tranquillità che Scotland Yard è già alla porta: poco lontano da Brixton Road, in un edificio abbandonato a causa delle pessime condizioni delle sue tubature, è stato rinvenuto il cadavere di Enoch J. Drebber, cittadino americano di passaggio per Londra. Il corpo non presenta segni di percosse, ma le pareti dello studio hanno la tinta caratteristica del sangue: "nella matassa incolore della vita, corre il filo rosso del delitto, e il nostro compito consiste nel dipanarlo, nell'isolarlo, nel metterlo in luce istante dopo istante”...
Corre l’anno 1887: Arthur Conan Doyle è un mezzo fallito che ha passato parte della sua vita ad esercitare la professione medica su di una baleniera. Ora le cose non sembrano andare meglio, nello studio di Portsmouth i pazienti scarseggiano e la noia riempie le giornate del povero Doyle, così un pomeriggio ecco una bizzarra idea per ammazzare il tempo: perché non mettere le proprie conoscenze mediche, anatomiche e scientifiche al servizio di un genere letterario traboccante di bei cadaveri e omicidi? Giusto il tempo di stendere un primo romanzo - si tratta proprio di Uno studio in rosso - e il personaggio di Sherlock Holmes, affiancato dal fido aiutante Watson, entra nel mito e travalica i confini dell’Inghilterra all’insegna del successo mondiale. Come dare una spiegazione al clamore e alla popolarità che ruotano attorno ai romanzi di Doyle? Paradossalmente la forza caratterizzante di questo libro sembra essere proprio il tranquillo e pacato aplomb inglese che contraddistingue la narrazione, la quale - pur attraversando i confini del giallo - non cade mai nel macabro o nel colpo di scena a tutti i costi. È con uno stile misurato quindi, e sicuramente più vicino a canoni classicheggianti che non alle opere di genere, che l’autore accompagna il lettore in vicende al tempo stesso così lontane dal nostro vissuto, eppure così piene di quotidianità - tanto che ciascuno di noi avrà provato, almeno per una volta, ad indossare i panni del fido aiutante Watson.

 

 

 

 
 
 
 
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