Uomini e no

Gennaio 1944. Sulla Milano occupata dai nazisti da più di un anno quel giorno splende un tiepido sole: non è un’eccezione, nell’inverno più mite dal 1908 a questa parte. Un uomo costeggia una bancarella di libri conducendo la sua bicicletta per mano. D’un tratto vede una donna che conosce sul tram 27 che sta ripartendo dalla fermata di Porta Venezia: salta in sella in tutta fretta, insegue il tram per un bel pezzo, finché in Piazza della Scala la donna scende. Lo riconosce anche lei, si abbracciano emozionati, la donna gli bacia le mani, camminano sottobraccio. Lei lo desidera, gli chiede di prenderla, lui la fa montare sulla bicicletta e si dirige verso l’appartamento in cui dorme, un covo della Resistenza in fondo a Corso Sempione. Per la strada si devono fermare, c’è un posto di blocco delle milizie fasciste al quale sfuggono per miracolo. La donna si chiama Berta, lui ormai si fa chiamare Enne 2, Naviglio 2, ed è un partigiano. L’anno prima i due stavano insieme, poi lui è stato arrestato ed è rimasto in galera da maggio ad agosto. Quando è uscito, non l’ha più cercata. La casa di lei era stata distrutta dai bombardamenti, lei era andata a stare in campagna ma lui non l’ha cercata, si è accontentato di appendere dietro la porta della stanza in cui vive un vestito di Berta. Ma non l’ha più cercata. Lei nel frattempo si è sposata, anche se in realtà è Enne 2 l’uomo che ama. Vorrebbe tornare con lui, ma prima sente il dovere di avvisare il marito. Intanto i partigiani milanesi stanno organizzando un attentato contro il Tribunale militare nazista…

Uscito nel 1945, a ridosso della Liberazione – e scritto proprio durante quella occupazione nazista di Milano che racconta, mentre Elio Vittorini si barcamenava tra un incarico di copertura alla casa editrice Bompiani, il lavoro per il Partito Comunista clandestino e il carcere –, Uomini e no è con tutta probabilità il primo romanzo italiano sulla Resistenza a vedere la luce. Qui la lotta contro l’invasore tedesco e le milizie fasciste è anche la lotta contro una parte di se stessi, una “guerra civile dell’anima” tra ciò che ci fa uomini e ciò che invece ci allontana dall’umanità. E per rappresentare un simile conflitto interiore, Vittorini deroga dalla cronaca pura e semplice di un’insurrezione paramilitare e inserisce nel tessuto della narrazione dialoghi stranianti che a tratti ricordano perfino Samuel Beckett e capitoli interi in corsivo dal tono onirico, nei quali spesso è Vittorini stesso a “fare visita in sogno” a Enne 2 o si ospitano veri e propri flussi di coscienza: un libro nel libro, insomma. Uomini e no ha avuto una storia tormentata, non dal punto di vista editoriale (grande successo sin da subito, malgrado l’impianto un po’ intellettualistico e gli sperimentalismi) ma per i ripensamenti dell’autore, che nel 1949 ha eliminato tutti i capitoli in corsivo – trasformando ipso facto il romanzo da visionario a neorealista – e ha aggiunto alla fulminante battuta finale altre tre righe di dialogo. Nel 1960 Vittorini fa reinserire tre dei capitoli in corsivo, nel 1965 li fa rimettere tutti al loro posto tranne sette e taglia il dialogo finale aggiunto nel 1949: quest’ultima revisione è quella attualmente in commercio. Per quanto anticonformista e per certi versi visionario, si tratta pur sempre di un romanzo politico: “uomini” sono i partigiani e i cittadini milanesi attoniti, “non uomini” sono i nazifascisti, sadici spietati che fucilano innocenti e fanno sbranare la gente dai cani. Ma nel finale un partigiano risparmia un soldato tedesco perché lo vede senza uniforme, “tornato uomo”, spogliato della sua disumanità, che è quindi una condizione reversibile, che convive accanto al suo opposto. Nella “Nota” che accompagnava la prima edizione del romanzo (e che poi Vittorini fece rimuovere a partire dalla terza edizione, datata 1949, perché in lite con i dirigenti del PCI) l’autore scriveva: “Non perché sono, come tutti sanno, un militante comunista si deve credere che questo sia un libro comunista. (…) La mia appartenenza al Partito Comunista indica quello che io voglio essere, mentre il mio libro può indicare soltanto quello che in effetti io sono”. Essere uomini è dunque un traguardo, uno scopo, una ragione di vita, una missione civile: per la libertà, l’amore e la felicità occorre lottare ogni giorno, ogni giorno mettersi alla prova, ogni giorno rischiando di fallire e mettere a nudo la propria natura ferina, perdendo – forse transitoriamente, forse per sempre – la nostra umanità.



 

 

 

 
 
 
 

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