Uomini senza donne

Uomini senza donne

Il chirurgo estetico Tokai si è innamorato per la prima volta, a cinquantadue anni. Non gli era mai successo, nonostante le innumerevoli amanti avute. Il suo è un amore che si potrebbe definire ordinario: assoluto, irrazionale, sa distruggere ogni abitudine e certezza. Lui però crede sia unico. Chi siamo noi per giudicarlo? L’unico ragazzo che abbia mai tradotto nel dialetto di Kansai il testo di “Yesterday” dei Beatles è Kitaru, un ventenne che si prepara all’esame di ammissione all’università senza studiare e che ha una fidanzata molto bella ma con la quale non vuole andare a letto. Anzi, desidera che sia Tanimura, il suo migliore amico, ad avere questo privilegio. È possibile capirlo con occhi diversi dai suoi? Al risveglio si è trasformato in Gregor Samsa. Giace lì, sdraiato sul letto: cinque dita in una mano e cinque nell’altra – corte e orribili come solo le falangi umane possono. E la pelle: così priva di difese, così nuda. Sarebbe stato più opportuno se fosse diventato un pesce o un girasole? Una donna gobba sta bussando alla porta e ha con sé la risposta...

“È facilissimo diventare uomini senza donne. Basta che tu ami profondamente una donna e lei a un certo punto se ne vada”. Poi si prova qualcosa di simile a “un colore che ti entra dentro come una macchia di vino su un tappeto chiaro. Col tempo può darsi che sbiadisca, ma almeno finché respiri resterà lì, indelebile. E tu dovrai vivere insieme alle sue piccole variazioni, insieme ai suoi contorni che prendono significati mutevoli”. È da questa riflessione che forse nascono i sette racconti di Uomini senza donne, germogli rampicanti che si attorcigliano attorno a un personaggio femminile in trasformazione: donne che diventano ossa e polvere, altre che sembrano fredda pietra o si tramutano in rimpianto. Per raccontarne le metamorfosi Murakami abbozza appena uno sfondo soprannaturale e mette invece in primo piano le contrade più intime e difficili dell’animo umano (vedi il racconto che dà il titolo alla raccolta o Drive my car), impone ai suoi personaggi percorsi a prima vista privi di senso (è il caso di Kino) o addirittura li spinge verso confini mai esplorati in precedenza (come nell’incantevole Samsa innamorato). Ci si stupisce di come situazioni banali possano trasfigurarsi: un tir in sorpasso, ad esempio, diviene “l’ombra gigantesca del destino”.



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