Utopia

Utopia
“Utopia”, neologismo ricavato dal greco antico ou-topos: che non è alcun luogo, è una società vagheggiata in cui non esiste la proprietà privata e la terra e viene coltivata a turni di due anni da tutti i suoi abitanti. Cittadini che riservano il proprio tempo libero all’esercizio delle proprie specifiche professioni, allo studio delle scienze e della filosofia. Insomma, a detta di quell’indomito turista di Raffaele Itlodeo, un lembo di terra priva di conflitti sociali, in cui la vita degli uomini è dominata dalla cultura ed è regolata dalla ricerca del bene comune. In essa l’agricoltura rappresenta insieme fonte di sostentamento e fattore di prosperità economica. Diversamente da quanto avviene in quel periodo in Inghilterra, dove invece i ricchi proprietari terrieri, sostituendo alla cultura dei cereali l’allevamento del bestiame hanno provocato l’esodo dalle campagne dei contadini e li hanno ridotti all’accattonaggio. Il resoconto di viaggio di Itoledeo prosegue descrivendo un ulteriore tratto caratteristico di questo stato immaginario che è la tolleranza religiosa. Ogni culto gode in Utopia di reciproco rispetto. Solo la dottrina che nega l’immortalità dell’anima non ha il diritto di essere propagandata, anche se chi vi aderisce non ha da tenere alcuna punizione, perché l’ignoranza è considerata in ogni caso preferibile alla menzogna…

Se Machiavelli e Guicciardini rappresentano l’indirizzo realistico del pensiero politico rinascimentale, la ricerca di uno Stato dalla forma perfetta non cessa di essere perseguita da autori che traggono alimento dal continuo stato di guerre civili e religiose, da tensioni sociali che insanguinano le società del tempo. Tra questi pensatori eccelle la figura di Thomas More (1480-1535), umanista inglese morto decapitato per essersi opposto all’atto parlamentare che decretava nullo il matrimonio tra Enrico VIII e Anna Bolena. La sua opera più celebre è questo Utopia, pubblicato per la prima volta nel 1516 in latino aulico, che viene ora ristampato da Feltrinelli in occasione della ricorrenza del quinto centenario della sua prima stesura, in una nuova edizione curata e tradotta da Ugo Dotti. Scritta con intelligenza e profondo senso di umanità, l’opera di More consegna al lettore un ritratto vivido della tormentata storia dell’Inghilterra del XV secolo; e, in contrapposizione ad essa, un luogo immaginario di fascinazione dove sia ancora possibile scoprire un bagliore di solidarietà sociale e di illuminazione culturale. E se 500 anni sono trascorsi senza che il suo pensiero sia stato messo a profitto, non è questo un buon motivo per non tornare a leggere un libro che contiene non poche speranze di una rinascita comunque possibile.

 

 

 

 
 
 
 

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