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Sei evangelisti ritornano sulla terra per investigare le cause della guerra in Kosovo: sono Matteo, Marco, Luca, Giovanni , Giuda e Maria di Magdala. La loro investigazione ruota attorno a Čarli, un infermiere che è sopravvissuto alla guerra, alter ego dello scrittore. Essi raccolgono le testimonianze di trenta (come i denari pagati per il tradimento di Gesù) diverse voci narranti: vengono interrogati tutti coloro che lo hanno incontrato, conosciuto, sfiorato. Tutti parlano in un flusso continuo, vomitano quasi le loro storie, sciorinano i punti di contatto tra le loro vite e quelle di Čarli senza accettare interruzioni, anticipando le domande e confondendo gli interlocutori di volta in volta con la loro veemenza, ansia di parlare o ritrosia a farlo. Molte sono le informazioni raccolte col procedere delle testimonianze, sapremo cosa gli piace bere e mangiare, come si comporta a letto, perché ha fatto determinate scelte, ma allo scorrere delle pagine non ci avviniamo mai a trovare una risposta a interrogativi come “Perché la guerra?” e “Perché è sopravvissuto?”. Čarli in fondo faceva l’infermiere, un mestiere in cui una persona muore in media ogni quattro minuti durante gli scontri e ogni 4 mesi nei periodi di stallo della guerra. Parlano proprio tutti, a cominciare dal suo cervello per passare al suo inconscio e al suo pene e attraverso loro si rivelano le persone che lo hanno incontrato e che parleranno in seguito, le donne con cui ha fatto sesso, i colleghi, i soldati, l’autista che lo ha riportato in patria dalla Grecia all’arrivo della cartolina di leva…

Ciascun capitolo del libro porta il titolo di un capolavoro dell’arte, come Amarcord, ‘O sole mio, la Lezione di Anatomia, La montagna incantata, Il maestro e Margherita, Tre personaggi in cerca d’autore e così via. E ciascun capitolo contiene un magma narrativo che delinea con potente chiarezza l’irrazionalità, il nonsenso dei contenuti che i vari testimoni condividono con i sei investigatori. Una potente cacofonia a trenta voci per arrivare a stabilire che l’unica possibile speranza di non perdere la propria sanità mentale per il fatto di essere sopravvissuti alla guerra, è seppellire i ricordi e le esperienza in una pesante cassa, “in uno spazio freddo in cui ci sarà per sempre l’oscurità a regnare”. Il flusso delle trenta testimonianze dà corpo ad un testo voluminoso ed intenso, in cui riecheggiano altre testimonianze, forse quelle del processo intentato contro Saša Stojanović dal regime di Milosevic e durato otto lunghi anni, producendo uno sterminato corpo documentale di oltre settemila pagine, come racconta la sua interprete Anita Vuco in un recente articolo. È un’opera intensa, complessa, che tradisce la grande fatica – non solo letteraria – che all’autore, vero reduce della guerra del Kosovo e tornato a casa con una diagnosi di Disturbo post traumatico da stress, è costato riversare su carta le proprie esperienze; il processo creativo di quest’opera è durato nove anni ed è stata per Stojanović una esperienza terapeutica, come mi ha confermato nel corso di un’intervista. Chiudendo questo libro si ha l’impressione che tutto quello che poteva essere detto sulla guerra, sull’irrazionalismo, sul potere lenitivo dell’Arte, sulla capacità degli esseri umani di sopravvivere alle proprie esperienze e comprenderle sia stato qui detto in maniera definitiva. Dopo Var, le parole comunemente usate per descrivere la guerra in Kosovo o le sue cause non avranno più lo stesso significato. È l’opera radicale di un autore radicale, tradotta magistralmente con un lavoro durato quasi tre anni da Anita Vuco e portata in Italia da un editore che lo stesso Stojanović ha definito molto coraggioso. E se lo dice lui…



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