Vedi alla voce: amore

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“Era andata così, che qualche mese dopo che Nonna Heni fu morta (…) Momik ebbe un nuovo nonno. Questo  nonno arrivò (…) il mille novecento e cinquantanove. (…) Il nonno era arrivato con un’ambulanza della Stella-di-Davide-Azzurra che si era fermata nel pomeriggio nel bel mezzo di una bufera di pioggia”. Siamo a Gerusalemme e così  Momik, fanciullo  di nove anni, rappresenta la vicenda che cambia la sua esistenza per intraprendere una ricerca seria su “Quella Cosa Lì (la Shoah) in Quel Paese Lì ( Auschwitz)”. Egli, tenuto all’oscuro di queste cose ‘innominabili’, si interroga su cosa siano quei numeri tatuati sulle braccia dei suoi genitori e degli amici di famiglia, e gran parte delle risposte gli pervengono con l’arrivo dello zio della madre, Anshel Wassermann, che per il ragazzo diventa subito il nonno per antonomasia. Questi giunge in stato confusionale e così rimane, sbracciandosi a parlare con i fantasmi risalenti alla sua deportazione nel campo di lavoro di “quel Paese lì”. Mentre i genitori rimangono ammutoliti e afflitti per il nuovo arrivato, il ragazzo recupera un vecchio giornale strappato e si avvia a trascriverne il contenuto, i racconti “I Ragazzi di Cuore”, opera proprio di quel nonno che i nazisti non riuscivano ad uccidere - stante l’incorruttibilità del corpo - di quel Wassermann costretto a fare il cantastorie ad un ufficiale nazista, Niegel. Momik è sempre più incuriosito da quella “Belva Nazista” di cui sente tanto oscuramente parlare, al punto da immaginarsela come un animale feroce vero e proprio e la Germania, mai nominata, assume i contorni di un paese incantato. Da adulto però partirà alla scoperta dei luoghi e dei fatti sulle tracce di uno scrittore ebreo, Bruno Schultz, ucciso da un ufficiale nazista. Di qui il viaggio di Bruno in mare insieme ad un gruppo di storioni, in un procedimento di vera e propria rinascita in cui è lo stesso oceano a parlare, perdutamente incantato da quest’uomo che smette di vivere sulla terra per vivere nelle sue acque. Verrà alla fine compilata una vera e propria enciclopedia in cui tutto quanto raccontato in precedenza viene sintetizzato seguendo non il flusso temporale, ma quello emotivo…
Il libro Vedi alla voce: amore è di una bellezza e profondità esorbitanti. Si entra nel testo in punta di piedi con tutto il sacro rispetto per un capolavoro molto discusso per il suo impianto complesso e quindi, presumibilmente, di lettura non facile. Ma una  volta dentro al romanzo non si vorrebbe più uscirne, imbrigliati dalla fantasia dell’autore che tramuta la realtà in immaginazione mettendo a confronto il punto di vista del Momik bambino e di quello adulto. Il testo, famosissimo in tutto il mondo, risponde alla domanda dello scrittore Elie Wiesel, che si chiedeva come poter parlare dell’Olocausto alle nuove generazioni. Grossman, da sempre attento alle tematiche dell’infanzia (molti i suoi libri diretti a bambini e ragazzi), elabora questa vicenda dalla struttura monumentale in uno stile fantasioso, grottesco, paradossale, immaginando l’Olocausto attraverso gli occhi di un fanciullo di nove anni. Ne vien fuori un’opera altamente evocativa in cui Momik è protagonista-narratore entro un flusso emozionale che trascura assolutamente i segni di interpunzione e si serve di un periodare lungo, come se il corpo di quella Bestia Nazista si allungasse nella narrazione come un vero e proprio animale non addomesticabile. Infatti la prosa stessa sfugge a delle categorie precise, si procede in modo anche asintattico facendo ricorso ad una sorta di discorso indiretto libero. Il plot è estremamente complicato dalle vicende che si intrecciano e dai nomi che si inseguono, benché il nucleo della narrazione sia presentato nelle prime duecento pagine e poi sviluppato nelle tre parti restanti. Altamente toccante il rapporto tra Nonno Anshel e l’ufficiale nazista, per cui quest’ultimo si trova a fare un esame di coscienza e un conseguente “mea culpa”, mentre il primo prega intensamente di essere ucciso senza nessun risultato, perché eterna è la poesia che egli incarna, come eterna sarà la fama di questo romanzo così discusso, amato ed odiato per l’impegno che impone al lettore, che si vede dinanzi ad un’opera che non tratta dell’Olocausto, ma si interroga su di esso.

 

 

 

 
 
 
 
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