Veloce la vita

Veloce la vita
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Louise, nata in un paese delle Alpi francesi durante la Seconda guerra mondiale, giunge a Lione per frequentare l’università, con un bagaglio già sufficientemente pesante: una famiglia chiusa che la opprime, la consapevolezza di quante sono le cose proibite alle donne, di cosa siano il bene e il male secondo la chiesa cattolica (anche se le botte delle suore restano un’incognita tra i due estremi). Stringe amicizia con la marsigliese Francine e altri ragazzi tra i quali Henri, un giovane pianista jazz, e il tedesco Johann. Tutta la sua vita sarà un susseguirsi di estremi, opposti e distanti. È attratta dal dionisiaco Henri, col quale avrà la prima esperienza sessuale, e anche dall’apollineo Johann, che alla fine sposerà, trasferendosi in Germania. Sarà combattuta tra le due lingue, e quando alla fine sceglierà il tedesco (“la lingua dell’amore”), non solo come lingua parlata ma anche come lingua di narrazione (scriverà romanzi) avrà sempre quell’accento folcloristico che la farà sentire estranea, anche se estranea, a se stessa non di meno, parrebbe essere la sua condizione naturale. Il matrimonio con Johann avrà alti e bassi, la nascita di due gemelli e il suo atteggiamento verso di loro, in alcune circostanze, le farà dubitare di essere una madre responsabile. E anche l’ammirazione per la famiglia del marito, troverà un grande ostacolo, complici due scoperte (una causata da Henri, col quale è comunque sempre rimasta in contatto) e l’altra una sua fortuita intuizione. Tutto questo sullo sfondo del dopoguerra…

Sylvie Schenk scrive in seconda persona. Lo fa come se si parlasse allo specchio, giacché la storia che racconta è indubbiamente autobiografica, seppur condita con una dose di finzione. Lei e Louise sono nate nelle Alpi francesi, lei e Louise studiano a Lione, lei e Louise sposano un tedesco e scrivono sia in francese sia in tedesco, prediligendo poi la seconda lingua. La sua è un’accattivante cifra di scrittura, priva di orpelli, sintetica quindi, ama gli ossimori, figura retorica che traduce semanticamente le scelte personali e le decisioni contrastanti di Sylvie, sempre un po’ in balia della rosa dei venti. Interessante è anche la struttura del romanzo: brevi capitoli, che recano come titolo una parola o due che ci informano di un elemento che caratterizza ciò che ci si appresta a leggere o a vedere, perché Schenk scrive per immagini. Questo tipo di struttura, così scandita, mi pare un riferimento/omaggio alla lingua tedesca, al suo andamento sincopato. Il libro è sì un romanzo, ma incidentalmente (o forse no) anche un manuale di storia che ci offre uno spaccato di un periodo storico particolare. Sylvie e i suoi amici sono baby boomers, sono giovani nel periodo del boom post-bellico, e questa loro condizione li porta a scontri generazionali con i propri padri, soprattutto per i figli tedeschi che non hanno ben chiari i trascorsi paterni. Sono gli anni in cui la Germania dopo Hitler viene a conoscenza dei campi di concentramento, dei crimini atroci dei nazisti e ci si chiede chi tra i conoscenti o addirittura (come Johann) chi della propria famiglia ha avuto ruoli e responsabilità nel regime e se si possono incolpare di quanto avvenuto (il riferimento al concetto di “banalità del male” di Arendt mi sembra piuttosto evidente) o se sono stati costretti. In questo, il personaggio di Henri Lagarde è fondamentale. I suoi genitori, ebrei, sono stati uccisi dai nazisti, i quali hanno anche depredato l’importante biblioteca del padre. Henri, che mai ha superato l’assassinio dei genitori, in una lettera a Louise, sostiene che il padre di Johann era nella Wehrmacht. La ragazza non gli crede ma, casualmente, mentre consulta la biblioteca di Rosenberg (il suocero), trova una serie di libri in lingua francese che recano, in una pagina interna, il nome Pierre Lagarde, il padre di Henri e capisce la verità. Anche il marito scopre il passato del padre. Da qui, iniziano i capitoli dell’analessi della vita di Johann, e del rapporto con i suoi genitori, prima di giungere al capitolo finale, in una corsa che è la vita stessa e che già sembra conclusa, così, veloce. Ed è proprio questa velocità e l’andamento schematico del libro il punto dolens. Non sono d’accordo con l’entusiasmo con cui è stato accolto. Schenk ha una bella scrittura, sacrificata però in loculi che non le restituiscono il giusto valore. La sintesi è una dote che sicuramente le appartiene e l’andamento veloce del libro dà senz’altro l’idea della velocità della vita, che a volte ci sorprende, ma non sprecherei lodi. Un libro che si fa leggere, niente di più.



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