Veniva da Mariupol

Evgenjia Jakovlevna Ivaščenko. Natascha la ricorda come una donna esile, anaffettiva, distaccata dal mondo e dagli eventi, rosa dall’interno da un male sconosciuto che la rendeva un’ombra che si trascina nel tempo e nello spazio. È sua madre e di lei sa pochissime cose. Sa che era di umili origini e veniva da Mariupol, un piccolo villaggio dell’Ucraina affacciato sul Mare d’Azov; che durante la seconda guerra mondiale era stata deportata insieme al marito in Germania e costretta ai lavori forzati in una fabbrica di armi del gruppo Flick, a Lipsia. Sa anche che undici anni dopo la fine della guerra sua madre si è tolta la vita gettandosi nel Regnitz, un fiume che attraversa una piccola città della Germania dell’Est in cui era stato costruito un insediamento per apolidi stranieri, quelli che alla fine della guerra non erano ben accetti né da una parte né dall’altra della Cortina di ferro. Sa poche cose, che le sue ricerche in rete non riescono a collegare, che i motori di ricerca russi e ucraini non trasformano in informazioni più precise. Il suo desiderio di saperne di più si schianta contro le frange sfilacciate della storia. È solo un caso che in queste peregrinazioni telematiche capiti sulla pagina del sito web Azov’s Greek, dedicato alla diaspora greca in Ucraina e che dispone di una piattaforma per la ricerca dei familiari. Pur se con grande titubanza, Natascha lascia un messaggio del quale, abituata alle reiterate delusioni, si dimentica presto. Una settimana più tardi, però, riceve la mail di un certo Konstantin dal cognome greco, il quale si rivela l’alleato più prezioso nella ricostruzione del suo albero genealogico e, di conseguenza, della storia di sua madre. Quello che scopre non è quello che sa; quello che scopre è molto più complesso, abissale e doloroso delle scarne informazioni in suo possesso e il destino di sua madre sta proprio tra i rami intricati di quella genealogia. Evgenjia ha sempre nascosto un passato nobile, di una dinastia di latifondisti decaduti e poi falciata dalla Rivoluzione d’Ottobre; una famiglia straordinaria fatta di aristocratici filo-bolscevichi, antenati italiani, cantanti lirici, partigiani filo-zaristi, donne solide e cocciute che decidono di studiare invece che rimanere in casa accoccolate su un matrimonio di comodo. “Più di tutto mi colpiva una cosa che non avevo mai sospettato: l’altezza da cui era caduta mia madre… Ai miei occhi mia madre era sempre stata una persona di umili condizioni, una donna del popolo; la sua vera ascendenza, che ancora mi sembrava un’astrusa invenzione, conferiva al suo destino una dimensione di inconcepibile brutalità per me completamente nuova”…

Brutalità non è un termine enfatizzato, perché Evgenjia Jakovlevna Ivaščenko attraversa con la sua vicenda umana esattamente la porzione più buia e sanguinosa della storia del Novecento e ne tocca le piaghe ancora oggi purulente: la guerra civile russa, prologo della Rivoluzione d’Ottobre che smembra una famiglia per sempre; la seconda guerra mondiale che spacca l’Europa a metà; i lavoratori forzati sopravvissuti alla Germania nazista, condannati per sempre in un limbo, prima sfollati e poi apolidi, poi spie e dopo dimenticati e abbandonati al loro destino di spie o suicidi o nostalgici che tornano e si consegnano senza possibilità di grazia e di scampo alla giustizia sommaria dei fucili bolscevichi, in quella paranoia diabolica e mortale che sono state le purghe staliniane. Una storia che la travolge e la sommerge, che la incastra e poi la sputa nella risacca insieme agli avanzi residuali della storia. Evgenija è il resoconto della banalità aberrante del male sull’essere umano, il precipitare vorticoso verso un abisso senza redenzione. È una senza nome, costretta a nascondere quello che è, quello che è stata; schiacciata dalla grande confusione che intacca come asma la riorganizzazione postbellica concentrata su spartizioni e cortine da non occuparsi degli esseri umani che dopo il conflitto sfollano disorientati senza documenti, senza identità, indotti al silenzio sul proprio passato, a sopravvivere al proprio presente. Veniva da Mariupol non è una lettura facile da sintetizzare né da metabolizzare per la sua poliedricità, per la fatica con cui è stato messo insieme e che è tutta evidente nella narrazione dei fallimenti e dei vicoli ciechi in cui la ricerca si è paludata; le infinità di piste false e nomi vuoti che hanno costellato il dare un volto e un passato alla vicenda. È evidente anche nello stupore della scoperta, nella dolorosa ricostruzione dei passaggi, nei buchi che restano neri e ingoiano un pezzo della storia. È insieme biografia ‒ inevitabilmente anche autobiografia ‒, memoir, saga familiare dai personaggi epici. È anche inchiesta su una pagina agghiacciante della storia mondiale, stropicciata e nascosta: i milioni di uomini e donne trasferiti con la forza in Germania e sfruttati fino alla morte dall’economia di guerra tedesca. Uomini e donne ‒ quelli sopravvissuti ‒ che alla fine della guerra non hanno potuto far ritorno ai loro Paesi perché l’Unione Sovietica di Stalin li accusava di spionaggio e collaborazionismo e per questo li condannava con la morte. La narrazione della Wodin è lenta, sfaccettata, pretende tempo per spiegarsi perché ci sono domande che hanno bisogno di risposte le cui tracce sono da ripescare dal fango, dalle amnesie, dalla paura. Questa è una storia che si immerge dentro un crepuscolo che si fa presto notte fonda, che dimostra come l’essere umano dentro di se racchiuda tutta la storia del mondo e ne porta i segni sulla pelle e sul cuore. Un tributo alla memoria da coltivare e alla verità da ricercare come elementi imprescindibili per dare o restituire dignità all’essere umano.

LEGGI L’INTERVISTA A NATASCHA WODIN



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