Venivamo tutte per mare

Venivamo tutte per mare
Primi del ‘900. Nella pancia buia di una nave diretta oltreoceano piccole donne dai lunghi capelli neri e i piedini piccoli e delicati provano a dar voce alle loro speranze per cercare di farle sembrare più reali e avere un po’ meno paura. Provengono da ogni parte del Giappone e hanno lasciato dietro di loro ogni affetto, ogni certezza. Spesso soltanto una vita povera, ma pur sempre casa. La fotografia di un bel giovane distinto, una lettera dalla calligrafia elegante, la promessa di un amore, una famiglia, una vita nuova; in cambio denaro, così necessario alla famiglia che resta. Perché no? Durante quel viaggio, quelle piccole donne coraggiose si mostrano l’un l’altra la foto dell’uomo che hanno sposato per procura, hanno paura di ciò che di nuovo le aspetta ma il timore ha il sapore della speranza, e si fa dolce. Dopo quella difficile traversata, però, quello che subito le accoglie sulle coste della California è l’infrangersi di ogni sogno: quegli uomini che allo sbarco le reclamano, chiamandole per nome, sono umili braccianti  che non hanno né l’età che mostrano nella foto ancora stretta al seno né la posizione sociale millantata nelle lettere fatte scrivere ad altri. Tornare indietro non si può, qualcuna preferisce morire subito in mare. Per tutte comincia una vita di duro lavoro, di sofferenza, di emarginazione, di difficile integrazione in una terra che fatica ad accettare il diverso, almeno quanto loro stentano a rinunciare alle abitudini del loro antico paese. Impareranno a farsi invisibili, docili ed obbedienti al destino come a quell’uomo che hanno accettato come sposo. Fino a quando sarà la Storia a decidere di loro, dei loro figli americani che non sentono alcun legame con il Giappone, dei loro mariti fedeli, traditori, gentili, innamorati, violenti …
Intenso ed elegante, quello di Julie Otsuka non può avere altra definizione che romanzo corale. L’originale scelta è di raccontare, con una voce unica, la storia delle “picture bride” che a cavallo di secolo lasciarono il Giappone per raggiungere, sulle coste americane al di là del Pacifico, un connazionale sposato per procura: tante voci che sono una sola per narrare il sogno americano infranto, come è stato spesso per tanti emigranti di ogni epoca e provenienza. Il racconto profondamente drammatico, la storia delicata e intima di una intera generazione di donne volitive e coraggiose si fa canto elegiaco, quasi un coro da tragedia greca, ora cadenzato, ripetuto, come una nenia consolatoria, ora serrato e inquietante ma sempre raffinato e commovente. In realtà non esiste una narrazione vera e propria ma essa si dipana attraverso il pensiero collettivo, le emozioni condivise. Alcuni capitoli si fanno dolcissimi e strazianti: “ Quella notte i nostri nuovi mariti ci presero in fretta. Ci presero con calma. Ci presero dolcemente ma con decisione, e senza dire una parola.[…] Ci presero sul nudo pavimento del Minute motel.[…] Ci presero prima che fossimo pronte, e poi continuammo a sanguinare per giorni. Ci presero con i nostri kimono di seta bianca attorcigliati sopra la testa, e noi credemmo di morire.[…] Ci presero con cautela, come se temessero di romperci. Ci presero rapidamente […] e il mattino dopo appartenevamo a loro”. Questo si legge nel bellissimo capitolo dedicato alla prima notte … Nel segmento finale muta la voce corale narrante. Sono gli americani che, perplessi e dubbiosi, si chiedono cosa sia successo alla comunità giapponese che, silenziosa come era arrivata, è scomparsa all’improvviso. È accaduto che, dopo Pearl Harbour, Roosvelt ha deciso di considerare i cittadini americani di origine nipponica potenziali spie e quindi nemici. Nel panico bellico, per centomila di loro il Presidente decreta la necessità dei campi di concentramento in posti lontani dalle coste del Pacifico, Utah, Arkansas, Idaho, e quindi la perdita di tutti i loro beni. Piano piano i loro volti, i loro nomi, la loro presenza silenziosa, fatta di composta dignità e umiltà, cade nell’oblio, finchè nessuno si ricorda più di loro. Ci ha pensato la Otsuka ad aprire uno squarcio doloroso, emozionante, pudico e crudo ad un tempo, in una  storia meno conosciuta che è tante storie, per rendere giustizia anche a suo nonno, arrestato come sospetta spia, e a sua nonna, sua madre e sua zia che passarono tre anni in un campo di concentramento nello Utah. Un bel libro, dunque, scritto con grazia e tradotto con bravura.

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