Veracruz

Veracruz
Marzo 1683. Sull'isola di Roatàn i Fratelli della Costa, i temibili pirati dei Caraibi, stanno radunando la più numerosa e potente flotta della loro sanguinaria storia. Lo scopo? Tentare ciò che fino a quel giorno è stato ritenuto impossibile: mettere a ferro e fuoco e saccheggiare Veracruz, florida capitale della Nuova Spagna, con i suoi magazzini traboccanti di merci, la sua ricca borghesia, le sue schiave dalle carni sode. Scoppia però subito un caso diplomatico: il capitano Michel de Grammont - il nome più illustre della Filibusta, ex militare sofferente di gotta e colla passione per le belle donne – ha catturato due galeoni spagnoli sui quali aveva messo gli occhi il capitano Lorencillo, alias Laurens Cornelius de Graaf, selvaggio avventuriero dal leggendario brutto carattere. Lo scontro pare inevitabile, ma la scoperta che il carico dei due galeoni consiste in massima parte in vasi da notte rasserena gli animi: c'è un obiettivo comune da raggiungere, ed è più importante di qualsiasi rancore e rivalità. Tra l'altro de Grammont ha anche un motivo personale per tentare questa impresa: a Veracruz marcisce in prigione sua sorella, e lui è ossessionato dall'idea di liberarla. Per preparare al meglio l'attacco, viene inviato nella città della Nuova Spagna un manipolo di spie, che ha il compito di individuare i punti deboli delle difese di Veracruz. Dopodiché, il massacro potrà avere inizio...
Valerio Evangelisti alza ancora il vessillo con teschio, tibie e clessidra (mi raccomando la clessidra, se la dimenticano tutti troppo spesso quando si parla di pirati) e regala un prequel dinamitardo al fortunato Tortuga. Avventure, battaglie, torture, agguati, stupri, crudeltà e violenze si susseguono pagina dopo pagina senza dare il tempo al lettore di tirare il fiato, il tutto sotto lo sguardo potente e antico – quasi da divinità omerica - di un mare che “non è solo acqua”. Lo scrittore bolognese si fa beffe della classica visione della pirateria come struttura para-sociale libertaria e anarcoide (in senso buono, ammesso che ne esista uno cattivo) e le dà al contrario una fortissima connotazione liberista (i pirati combattono per il libero mercato contro il protezionismo centralizzato dell'impero spagnolo) spogliandola al contempo da romanticismi e luoghi comuni. Questo Veracruz ci fa riscoprire l'emozione che da bambini ci prendeva alla gola leggendo l'ennesimo libro d'avventure, ma non per questo rinuncia alla voglia di pensare, suggerire, alludere, colpire. Nella tradizione (ormai lo è, non ci sono cazzi) del New Italian Epic di Manituana o Q dei Wu Ming, per dare qualche coordinata. Scriveva qualche tempo fa proprio Evangelisti: “Si può ricorrere alle forme della narrativa avventurosa, purché l'esito sia raggiunto: fare riflettere, in via realistica o metaforica, sulla percezione collettiva di una quotidianità alienata. E' ciò che gli autori del New Italian Epic cercano di fare”. E quello che l'autore di Veracruz riesce a fare, a nostro parere.

 

 

 

 
 
 
 
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