Vergine forever

Vergine forever
Una ragazza emiplegica (affetta, cioè, da un deficit motorio che interessa una sola parte del corpo) scrive un diario dove giorno dopo giorno annota episodi e impressioni legati alla sua vita di ventenne di provincia. Pagina dopo pagina racconta nella sua “anormalità” che diventa routine: il rapporto di odio-amore con il padre (“Al suo posto io sarei orgogliosa di avere una figlia come me”), le attenzioni esagerate della mamma (“Mia madre continua a lavarmi i capelli tre volte a settimana, nonostante le abbia dimostrato che sono in grado di farlo da sola”), gli interrogativi (“Ma se Leopardi fosse stato un Rocco Siffredi, lo avrebbe scritto ugualmente L’infinito?”), la solitudine (“Mi sento sola. Che dire? Sono sola. Vaffanme”), la malattia (“Vorrei guarire almeno il tempo di un bacio”) e soprattutto l’amore (“Basta il pensiero di una carezza ad angosciarmi”). “Io non so come funzionano le cose per la gente normale. Lo leggo, lo vedo nei film, lo ascolto nelle canzoni, lo sento raccontare in giro. Ma io non lo so com’è. Per questo scrivo sempre di me”: una volontà marcatamente autoreferenziale che prende il via da una sofferenza, ma che non si piange addosso, come se per andare avanti l’arma dell’ironia fosse l’unica consentita...
Un esordio fulminante per la giovanissima Gloria Belotti (il libro nasce da un blog), che riesce a mettere a nudo, sostenuta da uno stile colloquiale e “giovanile” (l’overdose di k a dire il vero è un po’ fastidiosa), la sua anima assetata di vita e tutte quelle attese di ventenne che i suoi deficit motori non potranno scalfire. La scelta di vivere l’handicap fisico con rabbia dissacrante ma senza rassegnazione colpisce dritta allo stomaco e ci fa riflettere sul fatto di come perdere la verginità del cuore faccia molto più male.

 

 

 

 
 
 
 
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