Verginità

Verginità
Prima Guerra mondiale. Un giovane soldato viene colpito in maniera molto grave. Mentre la barella attraversa il campo di battaglia, l’agonia non impedisce al ferito di percepire la vita attorno a sé, quella vita che, forse, gli sta sfuggendo. Più della paura, più del dolore, a farlo soffrire è il bisogno di bere. Cerca disperatamente di catturare con la bocca i fiocchi di neve che scendono dal cielo, ma il medico è categorico: nelle condizioni in cui si trova, ingerire del liquido potrebbe essergli letale. Ma il soldato si salverà, pur rimanendo semiparalizzato a un braccio e a una gamba. Seguirà la lunga degenza in ospedale, assieme ad altri giovani come lui, alcuni dei quali ben più sfortunati, come Renato Spella, paralizzato dalla cintola in giù, che passa le sue giornate a cantare per “sentirsi vivo”. Il tempo passa e la quotidianità sospesa dell’ospedale si popola di consolanti ricordi d’infanzia: il calore domestico, gli anni del collegio, l’opprimente educazione religiosa basata più sulla paura che sulla reale volontà di far intraprendere ai giovani un vero percorso di crescita spirituale. Ciononostante il giovane soldato confessa di aver accarezzato in passato l’idea di abbracciare la vita religiosa, ma il desiderio e l’inappagata voglia di corpi femminili, sono stati più forti di tutto…
Scritto nel 1919, torna in libreria in una collana dedicata proprio alla letteratura italiana degli anni Venti e Trenta questo sorprendente romanzo di Fausto Maria Martini. Ciò che subito colpisce è la lingua, perfetta, lirica e ispirata eppure visionaria, calata com’è – specie nella descrizione dell’agonia nel campo di battaglia – in un flusso di coscienza intensissimo che, all’epoca, dovette risultare molto moderno e che oggi ci colpisce per efficacia narrativa e livello estetico. Non c’è traccia di patetismo in queste pagine, il racconto, seppur denso e ispiratissimo, non indulge mai nella mestizia o nella malinconia. Al contrario, in questo quasi morire e poi tornare alla vita (anche se minati nel corpo e nella mente) si intravede in modo chiaro una sorta di rinascita, una riconquistata verginità, appunto, grazie alla quale il protagonista può gridare a se stesso: “Sei salvo! T’eri ammalato per avere aperto gli occhi sull’infinito della morte. Oggi sei salvo, se servi anche tu col tuo corpo fiaccato a comporre l’infinito della vita”. Un romanzo importante, antimilitarista e ricco di spunti di riflessione, che ci fa riscoprire un autore scomparso molto giovane e attivo negli anni venti anche come poeta, drammaturgo e critico letterario.

 

 

 

 
 
 
 
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