Vergogna tra le due sponde

Vergogna tra le due sponde
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La migrazione egiziana si è divisa in due ondate, quella dei tecnici e dei laureati che a partire dal 1975 si sono spostati come manodopera specializzata soprattutto nei Paesi del Golfo e una, successiva al 1995 che si è rapidamente infoltita successivamente al 2001. Se la rivoluzione del 1952 aveva redistribuito le proprietà terriere, aveva anche creato un’eccessiva parcellizzazione delle terre e conseguenti difficoltà per le famiglie con molti figli. La politica dell’apertura (infitah) inaugurata da Sadat nel 1975 ha creato per molti egiziani ‒ soprattutto delle fasce socioculturali più elevate ‒ la possibilità di prestare la propria opera per brevi periodi nei Paesi limitrofi, di spingersi fino in America e tornare a casa con un gruzzolo extra da investire nei complessi residenziali di lusso sorti intorno al Cairo. Con l’emigrazione scatta la competizione sociale, le truffe sui prezzi dei terreni, i prezzi lievitano, gli emigrati più poveri che rientrano non sono in grado di comprare terre, come avevano sperato, ma finiscono per disperdere i loro risparmi in rivoli consumisti di beni di breve durata. Negli anni ’90 il governo avvia una politica di progressiva privatizzazione, incentiva gli investimenti di affaristi e principi sauditi, e rinuncia, in contemporanea, alla gestione della rotazione agraria, chiudendo o svendendo le fabbriche ad essa collegate. La gestione aratri passa dal ministero dell’agricoltura al ministero del commercio che assicura anche immensi terreni desertici ai nuovi speculatori e fornisce loro gli aratri per deviare i corsi d’acqua rendendoli fertili. Sottrae così ai piccoli contadini sia gli strumenti di lavoro che le risorse idriche, di fatto desertificando i loro appezzamenti. Per la prima volta il fenomeno dell’emigrazione tocca i contadini, costretti ad affrontare, a partire dal 2001 le traversate che a causa dell’irrigidirsi delle leggi europee si fanno sempre più infernali, esigendo dazi in vite umane sempre più esosi, fino a toccare il culmine nel 2007 e 2008, quando nelle bare galleggianti che affrontano i flutti perdono la vita centinaia e centinaia di persone…

Lo stesso Ezzat el Kamhawi ha perso in un naufragio il giovanissimo nipote Jad, e i molteplici viaggi che ha intrapreso tra Egitto e Italia con la speranza sempre più fievole di rintracciarlo nelle liste dei dispersi, nelle memorie dei sopravvissuti, nei registri ufficiosi delle comunità egiziane ricostituitesi in Italia in base a precise appartenenze geografiche, lo hanno ispirato a scrivere questo saggio. Ha voluto indagare le ragioni che spingono i giovani ad affrontare un viaggio con bassissime probabilità di sopravvivenza , per cui le famiglie spingono incessantemente i propri figli nelle acque del Meditarraneo. Vergogna tra le due sponde è un documento preziosissimo ed estremamente raro nel panorama editoriale italiano. Fornisce non solo un’analisi del fenomeno migratorio egiziano e delle sue radici geopolitiche, ma lo inquadra in un più ampio quadro storico, sociale, antropologico. Fornisce al disattento e superficiale spettatore di catastrofi umanitarie che è l’italiano medio, una prospettiva grandangolare, una narrazione della vicenda umana, della psicologia e delle pressioni esterne che sono concausa della recente spinta migratoria degli egiziani. Una succinta ma esaustiva analisi politica, filosofica, storica, sociologica e antropologico-culturale della società egiziana e di tutte le sue componenti: dagli scafisti agli aspiranti migranti, ai contadini, al ceto medio, ai politici e militari che sono stati protagonisti delle recenti vicende rivoluzionarie.



 

 

 

 
 
 
 

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