Veronika decide di morire

Veronika decide di morire
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Veronika: 24 anni, bella, intelligente, con un buon lavoro nella biblioteca di Lubiana, una lunga lista di ragazzi ed inviti per il sabato sera. Ah dimenticavo: anche 5 scatole di tranquillanti nello stomaco. Perché vivere quando tutto sembra vuoto, statico, già programmato? Niente per cui combattere, sentirsi viva. Sicuramente avrebbe mangiato alla solita panchina con i soliti amici, avrebbe conosciuto un normale ragazzo con cui avrebbe consumato un tiepido matrimonio finché lui non avrebbe trovato una amante più focosa, ed avrebbe passato la propria vita a mostrare alla gente l’apparenza di una vita perfetta e felice. Ma 5 scatole non sono state sufficienti, oppure qualche vicino, insospettito dal troppo silenzio, ha pensato erroneamente di preoccuparsi. Veronika si risveglia nell’ospedale psichiatrico di Villete: quasi una beffa del destino, visto che le pasticche ingerite le hanno danneggiato il cuore, lasciandole al massimo una settimana di vita. La ragazza inizia ad esplorare con sufficienza questo luogo di pazzia, i suoi abitanti, le pratiche bizzarre: e, a poco a poco, libera per la prima volta di comportarsi in maniera totalmente istintiva, folle, irrazionale, ritorna in contatto con il suo essere più profondo. Proprio nel posto più inaspettato, Veronika ricomincia a vivere: solo quando ha la certezza di non aver più nulla da perdere, si mette finalmente in gioco...

Questo libro, magari meno conosciuto, ma sicuramente apprezzato in maniera unanime da estimatori e critici del lavoro di Paulo Coelho – cosa in verità assai rara - è in grado di toccare profondamente i lettori per la delicatezza e sensibilità con cui affronta i temi del suicidio e della depressione. Tale capacità deriva probabilmente dell’esperienza diretta dell’autore brasiliano. Se è vero che c’è sempre una componente autobiografica nelle pagine di ogni scrittore, è infatti più che mai vero per Coelho e per questo libro: attraverso questa storia affronta ed elabora il ricordo di tre anni passati in un ospedale psichiatrico, e della difficoltà di sentirsi emarginati e 'diversi' per la società. Scrive con passione, amarezza, speranza e consapevolezza. Vedremo se Emily Young, giovane regista emergente, riuscirà a trasferire su pellicola tutte queste emozioni nell’omonimo film in uscita.



 

 

 

 
 
 
 

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