Verso il bianco

Verso il bianco

Una fotografia in bianco e nero, scattata da un anonimo poliziotto il pomeriggio di Natale del 1956 a Herisau, nella Svizzera tedesca, ritrae un corpo disteso sulla neve. L’uomo della foto ha il volto “girato leggermente di lato, forse a guardare il bosco o il cielo. Ha un braccio proteso, il cappello sfuggito al gesto del saluto, una mano sul cuore”. Sembra quasi stia dormendo. È Robert Walser, lo scrittore, e questa è la prima foto scattata dopo il ritrovamento del suo corpo senza vita. Sembra la scena descritta da Walser stesso in una delle sue opere, I fratelli Tanner, quando Simon, uno dei protagonisti, si imbatte nel corpo di un uomo sdraiato sulla neve. Il cadavere è Sebastian, il poeta, irrigidito in quello che Walser farà definire a Simon un “riposo splendido”. Walser aveva trascorso gli ultimi ventitré anni della sua vita nel manicomio cantonale di Herisau, uscendone solo per fare lunghe passeggiate nei sentieri circostanti. Amava passeggiare, amava l’inverno e la neve, quella stessa neve che occupa quasi per intero lo spazio della foto, che rende tutto bianco. Bianca è anche, a ben guardare l’immagine, una strana zona vuota tra il corpo e le impronte che segnalano i sette ultimi i passi compiuti da Walser, “quasi esistesse uno spazio vuoto e indecifrabile che separa la fine del cammino dal silenzioso adagiarsi sul bianco”. Proprio dal punto in cui il corpo di Walser si è adagiato sulla neve, proprio da quel misterioso spazio bianco può iniziare il viaggio sulle sue orme…

Un libriccino particolare e intenso quello dello scrittore e psicoterapeuta Paolo Miorandi, edito da Exòrma nella collana “Scritti Traversi”. Traverso lo è davvero, a metà strada tra un piccolo saggio e un diario sui generis – forse, quest’ultima, l’accezione più vicina agli intenti dell’autore: il sottotitolo recita, non a caso, Diario di viaggio sulle orme di Robert Walser. Ancor più calzante, sebbene non contemplato dalla letteratura, sarebbe parlare di Verso il bianco come di un sentito atto d’amore. È un amore sincero e tangibile quello che porta Miorandi a intraprendere un viaggio fisico, letterario, spirituale ad un tempo sulle orme di uno degli autori di lingua tedesca più importanti – ma anche “invisibili” – della letteratura del Novecento. Sette sono i passi di Walser impressi nella neve della celebre fotografia, sette i ritratti esistenti dell’autore svizzero, e dunque sette i capitoli in cui Miorandi, muovendosi a ritroso dall’epilogo, da quel corpo disteso su un prato innevato di Herisau, guada con passo rispettoso, leggero come il tratto sottile che calca i famosi “microgrammi” di Walser, fogli annotati in una calligrafia minutissima e quasi indecifrabile durante la permanenza dell’autore a Herisau, un rivo brulicante di immagini e impressioni. Parla dell’arte spesso non compresa di Walser, dei suoi tormenti, delle sue passeggiate, “necessità dello spirito” – come quelle raccontate dall’amico Carl Seelig nel suo Passeggiate con Robert Walser. Al ritratto di Walser si sovrappone la personalissima esperienza del Miorandi “pellegrino”, autore/lettore, che annota e lascia fluire pensieri, ricordi, suggestioni, nonché le voci di molti altri scrittori, critici, poeti. Il viaggio intrapreso diventa così anche occasione per riflettere sul potere della parola e sulla sua impermanenza (la parola come la neve, “sai già che se ne andrà, ma per un momento ti dà la sensazione di poter restare”); su follia, arte, poesia, come dell’esercizio solitario e necessariamente mortale di un funambolo in bilico sul vuoto; sulla “bella sofferenza” e sull’incapacità di adattarsi al mondo e alle sue convenzioni. Su quella zona “bianca” della vita, un immacolato “esistere spogliato di tutto” che della vita è, forse, la vera, impalpabile essenza. Molti gli spunti, tanta ed evidente la passione che muove la penna di Miorandi e che fa venir voglia di scoprire (o riscoprire) l’autore svizzero. Certo, l’amore e la passione non bastano. Ed è qui che entra in gioco una prosa elegante, evocativa, corposa e lieve allo stesso tempo, che a dispetto della brevità del libro pretende tempo e respiro per farsi assaporare, in cui ogni frase è fondamentale – “bisogna abituarsi a leggere frasi, ognuna bella e compiuta in sé”, scrive Miorandi, regalando forse il miglior consiglio per apprezzare la sua scrittura – e ammalia, accompagna, culla il lettore in questo singolare viaggio verso il bianco.



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