Viaggi nel tempo

Fine Ottocento. Un giovane scrittore inglese che all’anagrafe si chiama Herbert George Wells ma si firma H. G. Wells perché gli pare più autorevole, un uomo moderno che crede nel socialismo, nell’amore libero e nelle biciclette, si imbatte nella pubblicità di una “bicicletta da casa” marca Hacker. Una bici stazionaria, antenata delle moderne cyclette, per fare esercizio comodamente in casa. Pedalando su quella bicicletta, riflette oziosamente Wells, non si va in nessun luogo, ci si muove solo nel tempo. Questo gli fa venire in mente una storia destinata a cambiare per sempre non solo la letteratura, ma anche la società. Il concetto di viaggio nel tempo è ormai divenuto un archetipo narrativo e tutti saremmo pronti a giurare che si tratti di “una tradizione consolidata, radicata nella mitologia, vecchia come gli dei e i draghi”, ma non è così. I viaggi nel tempo sono una fantasia dell’età moderna, nata proprio – per quanto sembri incredibile – con La macchina del tempo di H. G. Wells. Nell’Inghilterra Vittoriana, per “quarta dimensione” si intendeva qualunque cosa inspiegabile, che sembrava nascondersi al di là della portata della scienza. “Siamo alla viglia della Quarta Dimensione, ecco dove siamo!”, scriveva uno scandalizzato William T. Stead nel 1893 sulla “Pall Mall Gazette”. Wells riporta tutto all’ordine: la quarta dimensione non è un luogo fantastico, è una direzione “ortogonale a tutto il resto”. La quarta dimensione è il tempo. Un concetto che nel giro di pochi anni sarebbe diventato parte integrante dell’ortodossia della fisica teorica nasceva tra le pagine di un romanzo di fantascienza ottocentesco. Eppure la domanda “Che cos’è il tempo?” non era una novità, era già stata posta, sin dai tempi di Sant’Agostino: “Se nessuno me lo chiede, lo so. Se voglio spiegarlo a chi me lo chiede, non lo so più”. Thomas Hobbes nel 1655 invece scriveva: “Il tempo è un fantasma del moto”…

Nel 1987 James Gleick ha terremotato il mondo della divulgazione scientifica con il suo libro d’esordio, lo scintillante Caos – La nascita di una nuova scienza, che ha avuto un impatto profondissimo sull’immaginario collettivo ispirando scrittori, pensatori, artisti e registi cinematografici e ha creato un vero e proprio genere letterario molto fortunato nei decenni successivi, la non-fiction scientifica con implicazioni filosofiche ed estetiche. Dopo essersi occupato di Internet e di Isaac Newton in altri due importanti (e pluripremiati) saggi, Gleick ha deciso di affrontare il tema forse più affascinante che la Fisica possa offrire, quello del tempo. E questa è già una notizia. Non solo: sin dal titolo si capisce che il focus del libro saranno i viaggi nel passato e nel futuro. L’attesa si fa dunque spasmodica, chissà cosa sarà capace di fare il brillante talento per la comunicazione dello storico della scienza newyorchese con una materia tanto ricca a disposizione. Diciamo subito – da fan del buon Gleick – che aspettative così grandi non possono che essere deluse da Viaggi nel tempo. Si tratta, né più né meno, dell’analisi di poco più di un secolo di letteratura (per la maggior parte), cinema, filosofia e teorie scientifiche su questo argomento. Una sorta di catalogo ragionato di un tòpos narrativo e culturale, di certo non – come forse sarebbe stato lecito attendersi – un saggio sulla possibilità dei viaggi nel tempo, che peraltro Gleick smonta già dalle prime pagine gelandoci con un tranchant “Non sono possibili” e che in buona sostanza liquida come una fantasia di fuga dalle preoccupazioni del presente e dalla paura della morte. Non che il libro sia banale o poco affascinante, intendiamoci: diciamo che certo non è un libro necessario.



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