Viaggio in Etiopia

Viaggio in Etiopia
“L'Etiopia è il paese dei ragazzi. Dappertutto ragazzi, fitti come l'erba, vispi come uccelli”. Nel porto di Napoli, attorno al piroscafo “Palestina”, in partenza per l'Africa, si affaccendano come formiche decine di coloni, operai, mamme, bambini. Gente semplice he sogna un futuro migliore nelle terre appena conquistate dall'esercito di Benito Mussolini. Con loro salpa il giornalista Curzio Malaparte, che nei giorni seguenti all'attracco del “Palestina”, dopo una breve sosta a L'Asmara sufficiente per suscitare vive perplessità e sospetti nelle autorità italiane, partirà per un viaggio lungo e pericoloso che toccherà Gondar, Gorgorà, Bahar Dar, Addis Abeba, tra paesaggi di grande bellezza, inferni aridi, montagne aspre e ribelli armati fino ai denti...
Sono qui raccolti i 13 articoli che da maggio a ottobre 1939 l'inviato speciale del Corriere della Sera Curzio Malaparte spedisce dall'Etiopia, che ha percorso in lungo e in largo al seguito di 5°, 9° e 10° Batttaglione Eritreo e altri 5 articoli di argomento 'africano', sulla presenza romana in Africa, su un sogno fatto sonnecchiando davanti a un affresco di Piero della Francesca in una chiesa di Arezzo, sulla presenza del cristianesimo in Africa Orientale, sulla gioventù etiopica e in memoria del generale Orlando Lorenzini, caduto sul fronte africano. Alla sua missione africana a caccia di reportage Malaparte teneva moltissimo, e lo testimonia l'insistenza con la quale chiese di essere inviato in Etiopia al direttore del Corriere Aldo Borelli, che inizialmente nicchiava anche a causa dell'alto costo dell'operazione. Del resto tra il 1935 e il 1936 l'avventura imperiale africana aveva attirato ben 164 giornalisti e memorialisti (tra i quali nomi illustri come quelli di Indro Montanelli, Mario Appelius, Cesco Tomaselli) che da embedded, diremmo oggi, avevano seguito le truppe italiane impegnate nell'invasione dell'Africa Orientale. Perché uno come Malaparte avrebbe dovuto essere da meno, tanto più che era reduce da vicende personali disastrose (solo la raccomandazione dell'amico Galeazzo Ciano lo aveva salvato nel 1935 dal carcere e dal confino come dissidente)? Dopo aver letto gli articoli – qui per la prima volta pubblicati in volume malgrado Malaparte avesse a suo tempo accordi in tal senso con la Mondadori – possiamo dire di essere felici che il Corriere della Sera abbia acconsentito a questo reportage un po' sui generis, perché grazie alla prosa magnificamente elegante dell'autore la storia di una delle pagine più sanguinarie e controverse del colonialismo italiano brilla sotto una nuova luce. Tra le righe della retorica militaresca e fascistissima di ogni articolo si nasconde la struggente bellezza dei paesaggi africani, la semplicità del popolo dei coloni e di quello dei colonizzati, la complessità dei caratteri di questo o quell'ufficiale apparentemente tutto d'un pezzo. La scelta di Malaparte di non battere le strade principali ma visitare le zone più isolate, pericolose e accidentate dell'Etiopia dona inoltre alla narrazione il brivido del romanzo d'avventura, che rende la lettura del volume esercizio assai piacevole. L'Africa non è nera, voleva intitolare Curzio Malaparte il libro che avrebbe raccolto questo reportage. La sua arte ci fa scoprire invece che è nera, e anche bianca, e anche rossa: che è una realtà multicolore e sfaccettata di arcaica, archetipica bellezza.

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