Viaggio nel bosco narrativo

Viaggio nel bosco narrativo

Un uomo si imbarca nell’impresa di uccidere una creatura spaventosa e riportare la felicità nel regno: è la storia de Lo squalo, pellicola uscita nel 1976, ma anche del poema epico anglosassone Beowulf, scritto attorno alla metà dell’VIII secolo. Una comunità è in pericolo e, quando scopre che l’unica speranza di salvezza è quella di recuperare una pozione che si trova molto lontano, uno degli abitanti affronta l’impresa per il bene di tutti e intraprende un lungo e pericoloso viaggio nell’ignoto: è la storia dei Predatori dell’arca perduta, La morte di Artù, Il signore degli anelli e La collina dei conigli. Molto spesso le storie, seppur a livello superficiale risultino differenti, condividono la stessa impalcatura e lo stesso motore drammatico. Perché, dunque, si continua ad attingere dallo stesso identico pozzo? La narrazione possiede una forma che domina il modo in cui vengono raccontate le storie e risale agli albori delle prime testimonianze scritte; esiste una struttura narrativa universale, che ha subito un’evoluzione nella storia, declinata in diverse forme in ogni singola opera, sia essa un romanzo, un film o una serie televisiva. Perché, in fondo, l’atto del narrare è fondamentale per l’essere umano, importante quasi quanto respirare: dagli antichi racconti tramandati davanti a un fuoco scoppiettante, all’esplosione dell’epoca della post-televisione. E se nelle storie narrate nel corso dei secoli esiste una formula ricorrente, il viaggio nel bosco alla ricerca del segreto in grado di donare la vita, si tenta l’impresa di scoprire cosa si nasconde nel luogo in cui iniziano tutte le storie, nel cuore del bosco narrativo…

Come funzionano le grandi storie e soprattutto perché: è l’emblematico sottotitolo che John Yorke, produttore e dirigente televisivo della BBC, ha scelto per descrivere il contenuto della sua opera. Tutto parte da una semplice domanda: “Perché un bambino usa inconsciamente una forma narrativa che risuona nei secoli?”. Perché tutte le storie sono accomunate da un fondo comune, da una struttura, da un archetipo. E proprio come quel bambino, gli autori, gli scrittori, gli sceneggiatori, i registi hanno la capacità di tracciare una storia spesso in modo inconsapevole perché studiare la struttura può rappresentare una sorta di tradimento al proprio estro, al proprio talento. Così, Yorke indaga quella struttura ancestrale, quel modello che risiede in tutte le narrazioni moderne, che tutti utilizziamo anche se “non siamo noi che scegliamo quel particolare modo di raccontare; forse allora siamo costretti a farlo. Siamo incapaci di afferrare la casualità, così ci sforziamo di imporre un ordine su tutti i fenomeni che osserviamo e su ogni nuova informazione che ci capita a tiro”. Il racconto, quindi, diventa bisogno d’ordine, necessità di dare forma all’oscuro e all’ignoto, di afferrare la realtà facendola propria, addolcendola e ripulendola da ogni sorta di nefandezza. E l’ordine si raggiunge attraverso una struttura che si compone di tre o cinque atti; una narrazione che inquadri i personaggi e li faccia vivere sulla pagina. Ma Viaggio nel bosco narrativo non è un libro che insegna a scrivere: come afferma l’autore, “è un libro sulla struttura drammaturgica – su come funzionano le fiction televisive, le opere teatrali e i film, […] anche se ogni tanto sono chiamati in causa il giornalismo, la poesia e la narrativa.” È dunque una mappa, uno strumento per orientarsi in un’epoca in cui tutto è racconto e le informazioni viaggiano a velocità siderali. Una bussola per addentrarsi all’interno di quella foresta oscura in cui si cela il cuore di ogni forma narrativa.



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