Viandanza

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Rimanere in quello stato sospeso tra l’incoscienza e la veglia, girarsi da una parte e dall’altra nel letto in attesa di dare forma e voce alla propria inquietudine. Restare in stand-by come il computer nello studio che, ad un minimo tocco del mouse, torna ad essere luminoso e colorato. Decidere di cambiare vita affrontando tutte le paure, avvertire il forte desiderio di spezzare una routine piena di mille cose ma troppo veloce e paradossalmente vuota. Decidere di partire, di lasciare indietro tutto, fare uno zaino e prepararsi ‒ ammesso che sia possibile farlo ‒ per intraprendere il cammino verso Santiago di Compostela. Capire che non si è pronti per nulla a quello che ci si parerà davanti, dalle montagne imponenti e spaventose alle pianure sconfinate e bellissime, dai sentieri che si aprono a vista d’occhio tra i campi alle piccole grandi città che si attraversano. E poi i viandanti, i pellegrini di ogni provenienza, sesso, età che incontri solo con lo sguardo o che ti dormono vicino, che ti raccontano la loro storia o con te condividono solo il silenzio, la consapevolezza che nasce prepotente nel comprendere che dopo un cammino del genere non si è più la stessa persona di prima. E non stupisce più che “quando Darwin tornò da uno dei suoi viaggi, la prima cosa che notò suo padre fu che la sua testa aveva un’altra forma. Probabilmente la testa aveva iniziato la mutazione dopo che egli si era separato da suo padre, o ancora prima, nel momento in cui lui aveva iniziato a preparare i bagagli”. Non stupisce, anzi…

Perché si decide di partire? Perché ad un certo punto ci nasce dentro il desiderio prepotente di mettersi in cammino? E cos’è il cammino, qual è la sua natura profonda? Se lo chiede e ce lo chiede Luigi Nacci che ci invita a prendere sul serio il sottotitolo del suo libro che ci esorta a leggere queste pagine come “una sorta di educazione sentimentale del viandante” (“creatura in rivolta”, come ama definirlo) in cui le descrizioni dei paesaggi del Cammino di Santiago e della Via Francigena altro non sono che “sfondi utili a fare da cornice al turbinio di stati d’animo che si manifestano in scena”. Ed è proprio un dialogo interiore incessante quello che si dipana attraverso le pagine di quello che assomiglia ad un breviario per l’intimità e la fede che trasuda e che al tempo stesso ricorda un diario di viaggio per quanto vi è raccontato e infine che rimanda alla narrazione fantastica tanto è intriso di immagini e personaggi che appaiono dal nulla sotto la pioggia e di atmosfere impalpabili, sospese tra sogno e magia. Tante le citazioni che impreziosiscono questo breve memoir, pescate da un passato comune che ha ancora molto da insegnarci e non importa se appartengono a filosofi e poeti cinesi, ebrei, indiani o greci perché tutte parlano al lettore/viaggiatore che suo malgrado si trova a doversi misurare con sentimenti, emozioni, insegnamenti con i quali ancora oggi l’uomo ha bisogno di confrontarsi per proseguire nel cammino verso la scoperta di sé e del mondo.



 

 

 

 
 
 
 

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