Vicino al cuore selvaggio

Vicino al cuore selvaggio
Joana è una bambina, poi una ragazza, poi una donna difficile da decifrare. Una “vipera solitaria” che agli occhi dei parenti appare quasi demoniaca in quella sua apparente imperturbabilità che la lascia fredda e indifferente davanti alle cose. Vive la sua vita in un limbo di autoanalisi ed interiorità, perfettamente consapevole di quanto l’incompiutezza e l’insufficienza delle parole non siano in grado di mettere a fuoco l’organicità delle sue percezioni, così epidermiche ed allo stesso tempo così strutturali da non poter essere descritte. Mantiene con se stessa una relazione intima laddove la costruzione di relazioni umane altre si rivela ora di conflitto, ora di dolore, o di sottomissione. Gli altri la stringono, la opprimono la privano di tutta la sua capacità di sentire, di ascoltare. Nel suo incessante studio sulla complessità dei rapporti con gli altri cela, in verità, l’intento di dimenticare la morte, soprattutto quella insopportabile di suo padre che la segna e che contribuisce a ricacciarla ancora più a fondo, tra le maglie strette della solitudine. E per quanto possa essere seducente, questa solitudine è una dolce condizione che non paga. Sposatasi con Otavio, l’uomo ben presto si arrende davanti al mistero fitto della sua giovane sposa e la lascia alle sue elucubrazioni preferendole una vecchia e assai meno complicata fidanzata…
In sé e per sé la trama potrebbe risultare banale, addirittura volgare. Ma la trama è una serva, funzionale a uno scopo: l’analisi della ricerca interiore, la descrizione fredda e caustica del delirio della vita. Joana potrebbe essere tutto: una pazza, una isterica, una lunatica, una instabile, la persona più spregevole della terra. Ma Joana non è niente di tutto ciò. È, piuttosto, la mappa di un tutto compresso, di un’interiorità esasperata. Metabolizza il dolore e non lo spurga, interiorizza il mondo che la circonda insieme all’amore ed all’odio con una naturalezza spiazzante. Come se non ci fosse scampo. Il suo personaggio è la raffigurazione plastica di una solitudine cementata nell’incapacità di esprimere i sentimenti e le sensazioni in una progressiva autoanalisi che svela, con una netta considerazione razionale, in assenza di significante che codifichi il significato, il seme della misantropia. L’alterità è una gabbia che rifugge per accettare con gusto altre e molto meno affollate costrizioni: i lacci e i laccetti dell’introspezione. Tutto il romanzo gira intorno a questo incessante e biografico viaggio interiore che sembra non condurre da nessuna parte e invece porta proprio lì: verso il cuore selvaggio della vita, quello più rude e primitivo dove le emozioni, le percezioni e le sensazioni si amplificano bel al di là dell’esprimibile. Stare dietro alla personalità schizofrenica e animalescamente istintiva di Joana è faticoso, intuire le ragioni del suo ostinato isolamento è un esercizio spossante che rischia di indurci a provare antipatia per questa donna, ma che rinnova pagina dopo pagina il patto che stringiamo all’inizio, col romanzo. Altrettanto impegnativo è trovare una via di fuga dalla scrittura affilata come la lama di un rasoio che Clarice Lispector mola costantemente sulla pelle dei suoi personaggi e, per converso, dei suoi lettori. Un incedere profondo in cui ogni parola è scelta con cura chirurgica per significare una cosa e quella soltanto; uno slancio quasi mistico verso la perfezione e la purezza espressiva. Usciamo stravolti dal constatare il culmine verso il quale la solitudine possa tendere e ci lascia disorientati intravedere, nella stranezza di Joana, noi stessi.

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