Victory Park

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Kiev, maggio 1984. Vilja non ricorda proprio a chi appartengano quel ginocchio paffuto, quella mano con la fede che spunta dalle coperte e quella voce che lo ha appena chiamato Miša. Di una cosa è sicuro: la donna a cui sta preparando il caffè lo crede ancora Miša Bojarskij. Vilja è il perfetto sosia dell’attore sovietico, per via dei rigogliosi baffi neri che si è fatto crescere, e quando indossa gli occhiali neri la somiglianza è a dir poco perfetta. Il piano congegnato e affinato con Belfast - la promessa elargita a schiere di donne che Bojarskij (proprio lui!), di passaggio in città, avrebbe cenato con loro, cantato per loro - ha sempre funzionato benissimo, soprattutto con le rigide funzionarie statali, e anche stavolta hanno fatto centro. Sul tavolo della cucina campeggiano, ormai freddi, i resti del ricco banchetto della sera precedente, pane raffermo, insalata, caviale, aringhe e salame. Di colpo Vilja ricorda: Dita. La donna, lituana, si chiama Afrodita. Gliel’ha presentata Belfast la sera prima. Dopo il turno allo studio fotografico di via Ševčenco, Vilja si era incamminato con la sua sacca in spalla - un paio di splendide Puma rosse e bianche da donna numero trentasei, materia di farcovščik, merce occidentale da piazzare per almeno centosettanta rubli. Poi Belfast l’aveva intercettato e insieme si erano diretti nel quartiere del Komsomol, al parco della Vittoria. Vilja conosce bene la zona, è casa sua. Vicino c’è la scuola duecentoquattro, il metró Darnica e i viali del parco dove una volta Vilja trafficava per conto di Alabama, prima di mettersi in proprio. Lì, in uno dei prefabbricati a dodici piani, avevano incontrato Elena e Dita…

La lente di Victory Park, quarto romanzo del fisico e scrittore ucraino Aleksej Nikitin – il secondo a uscire in Italia grazie a quelli di Voland dopo Istemi (2013) –, è puntata sul 1984. Ultimi vagiti dell’Unione Sovietica “nella sua forma più vera, quella staliniana” e spartiacque temporale di un cambiamento che avrebbe poi portato all’inevitabile crollo del sistema Urss. Palcoscenico della storia è la periferia di Kiev, dove il lento cedimento del sistema sovietico, che pur corroso dall’interno ancora mostra la sua “facciata monumentale”, emerge a poco a poco nei piccoli eventi che colpiscono in un breve lasso di tempo il microcosmo di quel parco della Vittoria che dà il titolo al libro: zona franca della riva sinistra del fiume Dnepr, “terra di nessuno” tra l’ex villaggio di pescatori di Očerety e i palazzoni a schiera del quartiere sovietico del Komsomol, crocevia di merci, idee e traffici illeciti, di incontro/scontro tra visioni del mondo e generazioni. Tanti, vivi e brillantemente delineati i personaggi di Nikitin, un “vero e proprio bestiario del mondo tardo-sovietico”, come lo definisce Marco Puleri nella postfazione al romanzo, che comprende studenti e burocrati corrotti, scaltri farcovščik e donne insoddisfatte, reduci di guerra, attorucoli e narcotrafficanti. Nikitin dipinge le dinamiche quotidiane, i luoghi, gli storici mutamenti della sua città natale con l’intento, dichiarato ab initio, di raccontare attraverso questo vivace, tragicomico arazzo un passato complesso che ancora si riverbera sul presente delle vicende ucraine (il romanzo è stato pubblicato per la prima volta dopo le proteste kieviane del 2013-2014, con la crisi di Crimea e l’inizio della guerra del Donbass) e che può dunque aiutare ad interpretarle e comprenderle più a fondo. Caratteristica di Nikitin è la sapida ironia, che in Victory Park si manifesta soprattutto nelle descrizioni, in pungenti incisi o in monologhi quasi checoviani, spesso posti in bocca ai personaggi più insospettabili, portatori di una singolare saggezza sulla natura del potere, sulla necessità del cambiamento, sul tempo che scorre inesorabile e, con lui, la vita. Un romanzo corposo, che rimanda alla tradizione russa e trascina nell’atmosfera e nel brulicare della vita “piccola” all’ombra del colosso sovietico. È facile, grazie alla scrittura ricca e varia di Nikitin, immaginarsi sulla ruota panoramica che cigola, contemplare Kiev dall’alto al fianco di Pelikan, assaporare i manty del caffè “Il Mughetto”; sembra quasi di presenziare alle divagazioni da melodramma di Sotnik e ai litigi delle massaie in fila fuori dall’alimentari, in attesa della vettura delle consegne, tra le beffe dei “martiri della sbornia” adagiati sui condotti.

LEGGI L’INTERVISTA A ALEKSEJ NIKITIN



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