Vietnam, Louisiana

Vietnam, Louisiana
C'è una specie di Vietnam anche in Louisiana, negli USA. E' quello dei vietnamiti emigrati durante la guerra o in seguito alla caduta di Saigon (1975) e stabilitisi, più o meno clandestinamente, nei dintorni di New Orleans. Uomini che per dissetare la gelosia si affidano al voodoo, donne terrorizzate dal freddo e dalla prima neve, padri che per il bene dei propri figli sfidano il fascino della playstation con il tradizionale combattimento tra grilli, mogli che scrutano il cielo dando nomi alle nuvole mentre i mariti combattono per gioco una guerra conclusa da anni e sulla quale non c'è nulla da scherzare, spettri che tornano per salvare, condannare o salutare vecchi amici. Perfino soldati a cui il tempo non ha strappato l'uniforme e che ogni odore, parola, visione riporta in Vietnam, da una parte o dall'altra delle barricate...
Quelle di Versailles o di Lake Charles non sembrano neanche strade americane: lanterne di carta di riso e statue di antichi dragoni, pacchiane madonne in gloria, templi con tetti spioventi e dagli spigoli arricciati, animali di gesso bianco di ogni fattezza e dimensione. E poi loro, occhi a mandorla e sguardi a volte sognanti e persi nel vuoto, altre decisi ed inamovibili; gente che non ha dimenticato le magie e le atrocità del paese d'origine ma è ripartita da zero, spesso guadagnando nuovi impieghi e posizioni sociali confidando solo nelle proprie forze, così come vuole il copione dell'american dream. Rimane il senso di dignità, l'operosità contrappuntata da calma e autocontrollo, la fede nella potenza e benevolenza degli antenati e il forte odore di incenso e di spezie, gli a dài indossati dalle donne e l'imprescindibile religiosità, sia essa cattolica o buddista. Il tutto condito da una consapevolezza che genera cortocircuiti: l'essere di fatto e ormai parte dell'ingranaggio a stelle e strisce. Ma i veri protagonisti sono la vita di tutti i giorni, i rapporti familiari, i conflitti interiori di una popolazione che allo stesso tempo vuole smetterla di comportarsi da ospite ma che teme di perdere  usi, costumi e modi di dire e fare del lontano Paese di provenienza. Le storie raccontate da questi personaggi sono piene di lucide analisi su aspetti e contraddizioni della cultura vietnamita ma anche di considerazioni a proposito dell'american way of life con il quale è impossibile non confrontarsi. Robert Olen Butler, premio Pulitzer nel 1993 proprio per questo Vietnam, Louisiana, si tiene al margine mettendo al servizio delle voci dei protagonisti la sua scrittura semplice e attenta al particolare (descrittivo o emotivo che sia), forse in alcuni punti eccessivamente decompressa ma mai barocca. Le parole sono il mezzo e non il fine: la scena è tutta per le storie e i messaggi. Per la delicatezza e la misura con cui scrive si ha l'impressione che l'autore sia seduto in platea ad applaudire o a storcere il naso a seconda dei casi, mentre uno alla volta le sue creature guadagnano il palco ed utilizzano il suo sipario, i suoi attrezzi, le sue luci per valorizzare il proprio racconto. Leggere Vietnam, Louisiana è come spiare un sogno di Butler: sapere razionalmente che tutto quel che vedi è sua creazione e riflesso ma dimenticarselo in fretta e credere ogni cosa, persona, avvenimento autentico di per sé piuttosto che una bella finzione sapientemente raccontata da un bravo scrittore.

Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER