Vincere o morire

Vincere o morire

La fortunata serie televisiva statunitense scritta da David Benioff e D.B.Weiss, nata come adattamento televisivo delle Cronache del ghiaccio e del fuoco di Gerorge R.R.Martin, continua ad appassionare spettatori di tutto il mondo forse perché in essa ritroviamo caratteristiche comuni anche all’era contemporanea: “il panorama di distruzione dell’ordine sociale e politico che la serie mette in scena, e la feroce lotta di una manciata di regni per la conquista del Trono di Spade […] hanno molto in comune con il nostro pessismo, fin troppo diffuso, e con l’oscuro presentimento che vorrebbe la fine della civiltà occidentale così come la conosciamo”. Insomma, agli occhi di chi guarda Il Trono di Spade ‒ consciamente o inconsciamente ‒ il mondo di Westeros appare molto simile al nostro: una grossa e complessa scacchiera con tensioni, lotte per la supremazia e violenza. Ser Jorah Mormont nel quarto episodio della Stagione 1 afferma: “Il popolo prega per la pioggia, per la salute e perché l’estate non finisca. A loro non interessa il gioco del trono”; e analogamente ai cittadini moderni non interessano i giochi dei partiti, dei quali hanno anzi perso sempre più fiducia e in modo forse ormai irreversibile, ma il ripristino di quei patti che erano alla base della stabilità e della pace e che sono stati infranti...

A cura di Pablo Iglesias, fondatore e segretario generale di Podemos (in pochi anni diventata la terza forza politica in Spagna interrompendo quaranta anni di bipartitismo), Vincere o morire (il cui titolo prende spunto da una frase pronunciata da Cersei Lannister nella prima stagione) è una raccolta di saggi che traggono spunto dalla famosa serie televisiva trasmessa dalla HBO per discutere di politica e società usando le categorie de Il Trono di Spade. Si parla soprattutto del rapporto tra legittimità e potere, del fatto che – come già aveva intuito Machiavelli secoli fa ‒ nessun governante mediamente intelligente rimane a lungo sul trono solo per aver vinto una guerra, ma deve “costruire una propria storia che ne giustifichi la posizione superiore al resto dei mortali: deve proiettare un’ombra più grande di qualsiasi altro dei cospiratori rivali” (in questo senso, nella serie l’esempio fallimentare lampante è il caso di Joffrey, che basa il suo breve governo esclusivamente sui sistemi di repressione). E soprattutto deve essere in grado di fare in modo che i propri interessi e valori vengano compresi, approvati ed accettati dai “gruppi subalterni”. Questa mancanza di consenso, questo allontanamento dei gruppi sociali da quelli che consideravano i propri partiti di riferimento, ha portato ad una crisi profonda in cui il vero dramma è quello di non intravvedere una soluzione valida. Proprio come nella serie tv in cui l’unico elemento di novità è Daenerys Targaryen, che si pone sin da subito come portatrice di salvezza e libertà dalla schiavitù ma che però, sfruttando il fuoco dei suoi draghi, utilizza gli stessi mezzi e la stessa logica del potere che dichiara di voler abbattere. E allora, noi cittadini europei ormai rassegnati a questo immobilismo e indignati solo sui social, speriamo che – proprio come nella serie tv – arrivi a salvarci qualcuno a cavallo di un drago, “che i potenti paghino i propri debiti […] e che persone con dei probemi fisici possano trovare un loro posto in questa società di mercanti dove, se non piaci a nessuno, sei morto”. La domanda è: vogliamo aspettare ancora un salvatore o, come suggerisce Juan Carlos Monedero “rimettere Il Trono di Spade al suo posto. Riconoscere che siamo in pieno inverno” sapendo però che dietro qualche crepa nel Muro ci sono già i fiori della primavera?



 

 

 

 
 
 
 

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