Vipera

Vipera
“Trasite. Hanno ammazzato a Vipera” Con queste parole Ricciardi è accolto al Paradiso. Vipera a Napoli era una celebrità, conosciuta dentro e fuori il Paradiso, il bordello più famoso della città. Una puttana, certo, ma di quelle che si possono permettere due tre clienti, disposti a pagare carissimo il privilegio di essere in pochi e il desiderio di essere gli unici. La maledizione del “fatto” per cui Ricciardi sente le ultime parole pronunciate dai morti non lo ha abbandonato, e le parole di Maria Rosaria Cennamo detta Vipera sono come sempre un enigma. “Frustino frustino, il mio frustino”. Un bordello non è certamente luogo in cui aspettarsi verità e trasparenza. Il movente potrebbe essere nelle gelosie che inevitabilmente una donna come Vipera suscitava: era la più bella, la più richiesta, la più cara. Un cliente, un parente, una delle altre prostitute? Potrebbe essere stato chiunque. Ricciardi però non si ferma, nonostante sia imminente la Pasqua, nonostante nella sua vita accadano cose terribili. Nonostante debba affrontare la scomparsa di un amico e i suoi personali fantasmi. Perché pure davanti alla morte la vita non si ferma e la primavera - per fare una citazione - “ non bussa, lei entra sicura”…
L’ennesima prova d’autore: Maurizio de Giovanni riesce a stupire ad ogni nuovo romanzo. Così come apri un romanzo di mrs Agatha e ti godi ogni volta - pur conoscendole già - le dinamiche con cui Miss Marple troverà il colpevole, allo stesso modo apri un romanzo di de Giovanni e ti prepari ad assaporare mille ingredienti perfettamente miscelati. Il secondo romanzo della quadrilogia (dedicata alle festività, il primo ricordiamolo è stato Per mano mia - Il Natale del commissario Ricciardi) si svolge a pochi giorni dalla Pasqua, in una città in cui ricchi e poveri hanno rispettato rigorosamente le privazioni imposte dalla quaresima e adesso si preparano a ritornare alla vita, a festeggiare la resurrezione che ognuno vive come speranza della propria. Protagonisti sono ancora gli uomini e le donne, con i loro sentimenti lievi o esasperati; la compassione che traspare dai pensieri di cui de Giovanni ci fa partecipi; le domande senza risposta che potrebbero essere rivolte a noi. Cosa ti aspetti dalla notte? Tu che ami non riamato, tu che aspetti qualcosa senza sapere se arriverà, tu che hai perduto i sogni, tu che hai tolto la vita. E senza mai cadere nella retorica, il romanzo ci avvolge con la poesia. Quella di un padre che racconta ai figli come fosse una fiaba l'origine di un dolce, la pastiera, che diventa anche questo, persino questo, metafora della vita che rinasce ad ogni primavera, per esempio. Quello di una madre che abbraccia i figli, quello disperato di una madre che non ha più figli da abbracciare. L’amore di un amico che mette da parte se stesso, quello di un’innamorata che aspetta. Amore che si lascia imbrogliare dalla vita e dai suoi giri tortuosi. Perfino dall’amore di un cane per il suo padrone. Con un occhio attento rivolto alla realtà politica: è la primavera del 1932 e l’apparente libertà di cui ancora godono gli italiani in questo romanzo assume una particolare importanza; con il tratteggio preciso di una città che ti scopri ad amare, che tu la conosca o no. Tutto questo tenendo alta la tensione del plot giallo e il ragionamento investigativo, facendoci perfino fare delle grasse risate. Maurizio de Giovanni si conferma - se già non lo fossero sufficienti gli innumerevoli riconoscimenti e premi italiani e non - come uno dei migliori e più eclettici scrittori, relativamente di genere, nel panorama internazionale di questi ultimi anni.

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