Visioni di Cody

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Un vecchio ristorante. L’asse dove affettano il pane è consunto e levigato, come piallato. La gratella è antiquata, tutta nera, e manda un odore davvero appetitoso, come la cotica scura d’un vecchio prosciutto. Ci si siede su trespoli di legno, lisciati dall’uso. Il caffè lo servono in bricchi di porcellana bianca, spesso sbreccati. Vi ristagna perpetuo un odore di brodo e bollito di manzo, un odore di rabbia e di fame, più che in qualsiasi altro posto in America: un odore senza nome, forte nella memoria, che ti torce le budella, soprattutto in ottobre. Poi un cinemetto di terz’ordine, con l’insegna mezza rotta, che si vedono le lampadine all’interno. Dirimpetto ci sono una triste stazione di servizio, una botteguccia che vende bibite, panini, giornali e la stazione della Terza Avenue, con il gabinetto degli uomini con le pareti tinteggiate di verde che quando passa il treno tremano gli orinatoi: “Questo è il fondo del mondo, e qui piccoli Cody cenciosi sognano, mentre i ricchi progettano scintillanti cineteatri di plastica e palazzi di vetro altissimi”. È l’autunno del 1951 e sto pensando a Cody Pomeray: lo vorrei andare a trovare in California, ma i soldi non ce li ho. Vago per le strade di New York sognando di partire, di attraversare di nuovo l’America. E un uomo, forse un camionista, grida qualcosa da qualche parte, “e diresti che è un giovane avventuroso che gioca nell’oscurità”…

Uscito postumo nel 1972 (con Neal Cassady morto da quattro anni e Jack Kerouac da tre), Visioni di Cody è una sorta di appendice/corollario a Sulla strada: se ne svelano i retroscena, se ne esplorano i luoghi, si indaga sui pensieri e sui rapporti tra i personaggi (chiamati perlopiù con nomi differenti ma riconoscibilissimi): “(…) uno studio di 600 pagine del personaggio/eroe di On the road, Dean Moriarty, il cui nome è diventato Cody Pomeray. (…) Invece di un resoconto orizzontale di viaggi sulla strada, volevo uno studio verticale, metafisico de personaggio di Cody e del suo rapporto con l’America in generale”, così lo descriveva lo stesso Kerouac. Ma forse la definizione più giusta sarebbe quella di doppelgänger, perché scrivendo “attorno” a Sulla strada lo si ripensa, lo si riscrive, si fa nascere a una cosa completamente nuova che ha vita propria. Il manoscritto è stato stilato da Kerouac da ottobre 1951 a maggio 1952 tra Long Island e San Francisco (“È stato il più bel posto dove io abbia mai scritto. Pioveva tutti i giorni e avevo vino, marijuana (…). L’ho scritto quasi tutto a mano”), e alcuni brani sono stati pubblicati nel 1959 con il titolo Excerpts from Visions of Cody, poi più nulla per più di quindici anni. Scritto con la tecnica dello sketching, mutuata dalla pittura astratta ma che deve molto anche alla musica (soprattutto alle improvvisazioni bop di Charlie Parker), questo monumentale poema in prosa riesce come quasi nessuno mai a fotografare un luogo e un tempo – gli Usa del dopoguerra – e l’anima nascosta dietro alle cose. Nella prefazione Allen Ginsberg spiega con mirabile ispirazione: “L’America peritura è qui… Le soprelevate che scompaiono, rosticcerie, ghiacciaie, polverosi attaccapanni preservati dall’oblio. La stessa Larimer Street quest’anno in rovina risuscitata, spettrale (…) e la sala biliardi stessa tramutata in parcheggio e in cinemetto, il retaggio delle fantasie sessuali di Neal, sulla panca, a guardare Watson che gioca a bazzica”. E più in là: “Jack Kerouac non ha scritto questo libro per denaro, lo ha scritto per amore, lo ha regalato al mondo. E neanche per la fama lo ha scritto, bensì come una spiegazione e una preghiera ai fratelli mortali, agli dei – per ignudi motivi e con umile pietà e per ricerca”. La storia della letteratura è piena di ingiustizie e miopie. In un mondo giusto, Visioni di Cody - più bello, più sorprendente, più emozionante, più originale - occuperebbe il posto di Sulla strada.

 

 

 

 
 
 
 

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