Vita brevis

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È la primavera del 1995 quando Jostein Gaarder, che si trova a Buenos Aires per la Fiera del Libro, scova in una libreria antiquaria una scatola rossa con una pila di settanta, ottanta fogli manoscritti in latino risalenti alla fine del ‘500, un’opera che pare essere una copia di un’altra ben più antica. Dopo una breve trattativa Gaarder conclude l’acquisto; ad incuriosirlo e attrarlo è stata l’intestazione: FLORIA AEMILIA AURELIO AUGUSTINO EPISCOPO HIPPONIENSIS SALUTEM. Ma che si tratti forse… Ma è mai possibile?! Nell’autunno dello stesso anno porta il manoscritto a Roma per farlo analizzare nella Biblioteca Vaticana. Da allora il Codex Floriae scompare e lì negano di averlo mai ricevuto. Garder, però, è stato previdente e ne ha fatto una copia che decide di tradurre rispolverando il suo latino. E sì, si tratta proprio di una lettera di una tale Floria Emilia ad Aurelio Agostino, vescovo di Ippona. Ma perché questa donna usa un tono così confidenziale con il grande vescovo? Lo dice subito Floria, lei è una catecumena ma non ha alcuna intenzione di lasciarsi battezzare. Ha deciso invece di scrivergli da Cartagine dopo che un sacerdote le ha fatto leggere le Confessioni, ritendendo che l’opera di Agostino potesse essere edificante per lei. Ma molti passi l’hanno indignata, altri l’hanno stupita – a volte con piacere, più spesso con grande dolore -, molti le hanno fatto rivivere anni felici. Perché loro due, Flora e Aurelio, felici lo sono stati: “Assieme vivemmo in fedeltà per più di dodici anni e assieme avemmo un figlio”, Adeodato. E allora perché – gli chiede ora affranta ora disperata ora adirata -, perché accadde quello che accadde? Perché nelle Confessioni ha scritto quelle (e altre) parole che ancora non lasciano spazio ad alcun dubbio? “E quando mi fu strappata dal fianco la donna con la quale ero solito andare a letto, dovettero tagliarmi via il pezzo di cuore che le era attaccato: e la ferita sanguinò molto”…

Con l’espediente del ritrovamento di un antico manoscritto, abbondantemente utilizzato con successo in letteratura, lo scrittore norvegese Jostein Gaarder – autore di saggi, romanzi e storie per ragazzi, noto soprattutto per il clamoroso successo de Il mondo di Sofia del 1994 – scrive un altro romanzo filosofico, stavolta anomalo fin dall’impostazione. Vita brevis è infatti qualcosa a metà tra un romanzo epistolare e uno, appunto, filosofico, e consta di una lunga presunta lettera che la donna con la quale Agostino di Ippona visse more uxorio per molti anni scrive al suo ex uomo, e non certamente al vescovo. Aurelio Agostino (Tagaste, attualmente in Algeria, 13 novembre 354 – Ippona 28 agosto 430), Padre, Dottore e Santo della Chiesa, Doctor Gratiae, massimo pensatore del primo millennio, come è noto si convertì al Cristianesimo tardi a trentatré anni, “Tardi ti ho avuto, Bellezza così antica e tanto nuova, tardi ti ho avuto”. Fino ad allora, dopo la folgorazione avuta con la lettura del perduto Hortensius di Cicerone che lo fece innamorare della retorica, della saggezza e della filosofia, si era dedicato esclusivamente agli studi e all’insegnamento ed era stato particolarmente incline ai piaceri della carne, anche se fu fedele alla sua concubina (della quale nelle Confessioni tace il nome, motivo per cui Gaarder lo inventa di sana pianta) per tutto il tempo in cui visse con lei e il loro figlio. Poi accadde che sua madre Monica - per la quale nel romanzo Floria non ha affatto parole tenere - lo convinse ad abbandonare la donna, tenere con sè Adeodato e sposare una giovane di famiglia ricca. Ma questo non accadde perché nel frattempo Aurelio si votò alla Continenza, che lo sottrasse per sempre, pur con grande sofferenza, alla possibilità/speranza di tornare con la donna a lungo amata e mai veramente dimenticata. Gaarder scrive “una lettera inventata ma molto vera”, come ha detto Beniamino Placido, nella quale Floria gli scrive per rispondere a come ha parlato della loro storia, non accettando che lui la consideri un errore di gioventù, uno sbandamento cui porre rimedio, una via di peccato e perdizione. La risposta della donna è l’affermazione del diritto ad amare e a vivere pienamente l’amore anche fisico, un accorato rimprovero spesso venato di pungente ironia e aspra recriminazione ma anche un inno sommesso all’amore terreno. Ogni argomentazione della donna contrappunta una frase e un concetto espresso da Agostino nella sua opera, per cui emerge netto attraverso le citazioni il conflitto che per sempre straziò il grande filosofo, ovvero quello tra spirito e carne, ragione e sentimento e che sempre lui tentò di conciliare rielaborando Platone attraverso Plotino, insieme al tormento legato all’idea del male e della sua origine. Un apparato particolarmente curato permette a tutti, anche a chi ne fosse a digiuno, di comprendere i numerosi riferimenti ai passi delle Confessioni, o quelli letterari, filosofici e mitologici che pure si ritrovano in abbondanza. Il romanzo pecca di una certa ripetitività e anche di una certa ingenuità di argomentazione; per contro offre passi notevoli e suggestivi che possono diventare oggetto di riflessione. E così ci ritroviamo a chiederci con Floria: Davvero c’è un Dio che ha preteso questo sacrificio straziante da un uomo e da una donna innamorati? Che ha voluto questo dolore per lui, per lei, per il loro figlio? È questo il Dio - Amore dei cristiani? E se solo questo libro, con i suoi limiti, fa venir voglia di leggere uno dei capolavori della letteratura di tutti i tempi – indipendentemente dal credo religioso, e questo è ben noto – ovvero le Confessioni di Agostino di Ippona, ebbene Jostein Gaarder ha fatto un gran bel regalo ai suoi lettori. Questo è il motivo vero per il quale il romanzo merita un voto non mediocre.



 

 

 

 
 
 
 

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