Vita di Ivan Illich

Vita di Ivan Illich
Di Ivan Illich sappiamo molto. Filosofo della sociologia, acuto antropologo e critico della modernità, ha fatto dell’analisi delle strutture del sociale il filo conduttore di tutte le sue ricerche. Da Descolarizzare la società a Disoccupazione creativa, passando per Nemesi medica, è opinione comune che Illich abbia sfatato i falsi miti esemplificati da civiltà di “esperti”, “maestri”, “istituzioni” e “tecniche”. Ed è proprio da questa critica ai concetti che celano violenza nel loro erigersi a misura di tutte le cose, che muove l’analisi della professoressa Martina Kaller-Dietrich, storica dell’Università di Vienna, che vede in Ivan Illich il pensatore più attuale e necessario per salvarsi dalla banalità dei dispositivi di controllo, dal grigiore di una grande società che ha fatto istituzione del suo stesso istituirsi. Ma l’Illich che mostra la Kaller-Dietrich è molto di più di uno studioso. È il bambino che a soli undici anni venne definito “mezzo-ebreo” dal professore di scuola che lo umilia dinnanzi a tutti i compagni, ma è anche il “fortunato sopravvissuto” che riuscì a non crepare per mano della follia hitleriana che fondava su esclusione ed emarginazione il suo divenir tirannia politica. È l’uomo che dopo la gioia del sopravvivere alla tragedia si ritrova a sessant’anni con un gonfiore sulla guancia che si chiama “tumore della parotide” e che, tuttavia, rifiuta di farsi curare divenendo magro, stanco ma libero. Libero dal potere che la biopolitica e la medicina esercitano sui corpi, libero di festeggiare con una bottiglia di vino ogni giorno della sua vita: libero di seguire la natura delle cose, di morire, e di restare eterno grazie al suo disarmante pensiero …
Del racconto dell’Illich uomo e non studioso se ne sentiva davvero bisogno. Contestualizzando le sue teorie entro il profondo quadro di sofferenze che hanno coinvolto il filosofo emergono nuove ed importanti interpretazioni, alternando descrizioni sulla sua figura tra il falso profeta ed il sognatore realista. Osservando, seppure con l’immaginazione, gli occhi di un bambino umiliato possiamo comprendere la sua critica alle scuole anche da una prospettiva umana, solo per fare un esempio. Senza mai dubitare che le scuole avrebbero potuto essere spazi d’apprendimento, descrisse con tristezza i programmi di studio e la banalità tecnica degli insegnanti che,  piuttosto che insegnare a vivere la vita, comprimono in false categorie la molteplicità dei fenomeni naturali e culturali. Rivedendo Illich povero per scelta comprendiamo il feroce attacco al consumismo, e immaginandolo solo nella sua casa ad aspettare la morte riviviamo con lui l’immoralità evidenziata dalla vita quotidiana. Una tesi che non si risolve con l’analisi di Illich, certo, ma che trova in lui autorevole conferma attraversa tutto lo studio di Martina Kaller-Dietrich: per capire una filosofia di vita, bisogna prima capire la vita che ha sorretto quella filosofia. E solo una vita triste, libera ed autentica poteva dar vita al pensiero di Ivan Illich. 

 

 

 

 
 
 
 
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