Vita di Schiele

Vita di Schiele

È a Tulln, una piccola stazione ferroviaria a 30 km da Vienna, che Egon spalanca lo sguardo già torvo. La sua famiglia è profondamente legata ai gloriosi destini del “cavallo di ferro”. Suo nonno, suo, padre, alcuni zii hanno dedicato il proprio ingegno e una cieca fedeltà alla gloria immortale delle Ferrovie Imperiali. Lo stesso Egon ne è affascinato e impiega molto del suo prodigioso pur se infantile talento, nel disegno tecnico nella speranza di catturare l’attenzione di un padre sempre più distratto, assente, preda dei demoni che fin troppo presto lo porteranno ad espiare i suoi “peccati” nelle spire dolorose e buie di un’oscurità senza più treni, né figli, né moglie. Egon è una mente inquieta sin dalla più tenera età, i confini di Tulln gli stanno stretti, così come le mura delle Scuole di Krems e Klosterneuberg in cui lo iscrivono; non c’è finestra che non abbia saltato per perdersi nei paesaggi con la sua vecchia tavolozza e le bocciature, in fin dei conti, non hanno portato nocumento se il giovane genio ha avuto la meglio sui parrucconi dell’Accademia, che lo hanno ammesso a sedici anni come uditore nonostante non avesse l’età minima richiesta. Il talento, la mente brillante, la spregiudicatezza, e, in certa misura l’arroganza, gli sono valse non solo a vincere il meschino animo calcolatore dello zio Czihaczek, suo tutore legale, ma, nel breve volgere di un anno gli hanno gli hanno guadagnato le simpatie del grande Architetto Hoffmann, hanno conquistato il Maestro Klimt, il compagno di studi Anton Peschka, i galleristi e i critici d’arte, in una parabola il cui arco ascendente sembra non avere fine. Brucia le tappe, il giovane Schiele, sfida l’Accademia e le sue finestre chiuse “per paura che l’Ottocento scappi via”, non ha pace perché non trova una dimensione che possa contenere la sua anima straripante, ha bisogno di sfidare, di essere ammirato, è capace di rimanere fedele solo a sé stesso e alla sorellina Gerti, la piccola gnoma la cui adorazione lo ha sempre seguito come un’ombra fedele, regalandogli il suo corpo da dipingere. Ha bisogno di rompere gli schemi, è come se sentisse di non avere tempo; ammira la Secessione, venera Klimt ma ha bisogno di fondare un proprio gruppo che esalti il proprio talento, che ruoti intorno alla sua personalità e che ammetta comprimari ma non competitori. Il Neukunstgruppe gli fornirà la visibilità che cerca, l’amicizia con artisti spregiudicati del calibro di Erich Osen acuiranno la sua vista e gli apriranno prospettive sui corpi femminili che sono quelle degli ospedali psichiatrici, dei sanatori, degli asili e dei bordelli…

Egon Schiele ha vissuto nella Vienna dei caffè, chiusa nelle sue glorie passate e poco consapevole della realtà, di Parigi e Londra che incalzavano il suo primato artistico, delle periferie dell’Impero più longevo della Storia che allevavano nel proprio seno serpi pericolose come Gavilo Princip e ingenuamente impreparato ad affrontare le spinte autonomiste ai propri confini. Un Imperatore vecchio e più incline alle concessioni che ai conflitti custodiva sornione le tradizioni inviolabili, alimentava la bolla sotto la quale si è sviluppata la prolifica e dirompente intellighenzia del declino: Klimt, Zweig, Hoffmann, Freud, Peschka, Koloschka, sono solo alcune delle figure i cui passi il giovane Egon ha incrociato lungo i viali alberati di Vienna o ai tavolini dei suoi Caffè che erano parte integrante della vita dell’epoca, luoghi imprescindibili in cui alcuni, come l’Architetto Loors aveva addirittura eletto dimora. È una vita intensa, una straordinaria, luminosa cometa la cui scia ha attraversato il cielo di Vienna per soli ventotto anni, prima di spegnersi nel degrado, quella che Aldo Putignano fissa su carta con una maestria e uno stile febbrile, concitato e a tratti scanzonato. Il racconto de La vita di Schiele è affidato ad un osservatore d’eccezione, un’ombra che solo di rado si palesa, esce dall’ordito della propria narrazione per dire “io c’ero”. La breve vita di Schiele ruota tutta attorno alla sua arte, una fiamma che lo ha divorato sin dalla più tenera infanzia, impedendogli qualsiasi relazione empatica, chiudendolo nella torre d’avorio della propria mente e precludendogli qualsiasi relazione che non fosse mediata dal suo occhio di artista, un occhio che non poteva fare a meno di registrare la bellezza corrotta dei corpi, il marchio della malattia, della povertà, della follia. I corpi femminili che Egon rappresenta nell’abbandono di pose plastiche quasi post coitali hanno spesso le gote e le labbra di un rosso acceso, febbrile, tisico. Aldo Putignano immortala le opere salienti dell’artista, quelle che ne hanno consacrato la fama di grande artista agli occhi di taluni, di pornografo agli occhi di altri, attraverso dei brevi, intensi racconti dei momenti che ne precedono la creazione, riuscendo a cogliere anche attraverso il respiro rotto delle donne borghesi che si recavano a farsi ritrarre sotto mentite spoglie, lo sguardo spaurito delle ragazzine di strada, gli occhi ammirati di Gerti, la tronfia sicurezza dello zio Czihaczek. Aldo Putignano unisce il rigore del documentatissimo biografo al talento affabulatorio del narratore riuscendo a catturare il lettore e renderlo partecipe di una storia emozionante ed eccezionalmente raccontata, che solo incidentalmente è la cronaca della vita di un artista talentuoso e dirompente.

LEGGI L’INTERVISTA A ALDO PUTIGNANO



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