Vita privata di H. P. Lovecraft

Frank Belknap Long descrive “l’alta e scarna figura, lievemente curva” del Lovecraft ragazzo, conosciuto a New York negli anni Venti in un periodo per lui molto triste. Rimpiangeva di essersi trasferito là: “(…) Per quanto abbia cercato dovunque meraviglia e ispirazione ho trovato soltanto orrore e un terribile senso di desolazione”. Donald Wandrei racconta di quando andò a trovare Lovecraft nella vecchia casa di Providence in cui lo scrittore viveva con due zie. Le pareti del suo studio erano tappezzate di libri, soprattutto letteratura fantastica o del terrore, ma non si considerava un collezionista, “diceva che non gli importava proprio nulla di rilegature, copertine, carta e stampa più o meno raffinate, fogli intonsi e prime edizioni”. Possedeva una macchina da scrivere ma non la usava quasi mai, preferiva scrivere a penna per ore di fila senza stancarsi. Infatti stava alzato tutta la notte a scrivere – soprattutto lettere – e poi dormiva fino all’ora di pranzo. Non mangiava mai pesce, alimento per il quale provava una violenta avversione, non fumava e non beveva alcol. Samuel Loveman sottolinea di non aver mai conosciuto “un essere umano meno invidioso, malizioso, morboso e intollerante” di Lovecraft e svela le sue simpatie per la Gran Bretagna, raccontando di quando egli gli disse: “Il nostro distacco dall’Impero britannico è stata la scaturigine di una lunga serie di eventi catastrofici”, proclamando la sua imperitura e incondizionata fedeltà all’Inghilterra, “che Dio la benedica”. Ernest A. Edkins ricorda la inconfondibile calligrafia di Lovecraft, microscopica e compatta, che suscitava l’impressione di “un manoscritto medievale in caratteri gotici sottoposto a intensa revisione”, con la data sempre bizzarramente latinizzata. Fritz Leiber racconta con affetto la corrispondenza di lui e sua moglie con Lovecraft, di come lo scrittore con piacere lesse e giudicò i manoscritti di Leiber, riempiendolo di consigli preziosi e critiche costruttive, con una gentilezza squisita che invece non riservava ai suoi, di scritti, nei confronti dei quali era esageratamente e spietatamente critico. E altro ancora emerge dalle testimonianze di Alfred Galpin, W. Paul Cook, S.T. Joshi…

Pubblicato in Italia nel 1987, nel cinquantesimo anniversario della prematura scomparsa di Howard P. Lovecraft, questo volume raccoglie testimonianze e frammenti che datano a partire dal 1943, pochi anni dopo la morte dello scrittore di Providence. Si tratta non di un saggio ma di una raccolta abbastanza eterogenea di articoli pubblicati su riviste o estratti di volumi firmati da “colleghi” e amici in tempi diversi e anche molto lontani tra loro, con la significativa aggiunta di un lungo ricordo della ex moglie di Lovecraft Sonia Haft Greene (che negli anni successivi ha cambiato nome in Sonia H. Davis), pubblicato negli Usa nel 1948 con il titolo Howard Phillips Lovecraft as His Wife Remembers Him per la curatela (e forse qualcosa di più) di Winfield Townley Scott, ma qui riportato nella versione originale. Gli aspetti tematici e letterari dell’opera di Lovecraft – coerentemente con il titolo e il senso del libro – sono qui solo sfiorati, appena accennati: al centro c’è invece l’aneddotica più spiccia. Se vi interessa esplorare gli aspetti anche più minuti della personalità del padre dei Miti di Cthulhu, andrete in visibilio scoprendo che era ghiottissimo di gelato (una volta in compagnia di James F. Morton, curatore del Paterson Museum del New Jersey, divorò ventisei grandi coppe di gelato ‒ per un totale di 52 coppe in due), o che era un amante dei gatti, tanto che ogni volta che camminando ne incrociava uno non poteva fare a meno di fermarsi ad accarezzarlo, o che il suo brano musicale preferito era il mirabile preludio del terzo atto del Lohengrin di Wagner. Se invece non è questo ciò che vi interessa sapere di uno scrittore, potete evitare la fatica di procurarvi questo volume, di reperibilità peraltro non semplice.



 

 

 

 
 
 
 

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