Vite minuscole

Vite minuscole
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Storia di André Dufourneau, trovatello, adottato dai nonni di Pierre Michon, e della sua decisione di andare oltremare, in Africa, laggiù dove un povero contadino francese può diventare addirittura un “bianco”, rispettato e considerato; e del suo unico incontro col piccolo Pierre Michon, e del rovescio della sua sorte. Storia di Antoine Peluchet, uno degli avatar di Pierre; Antoine, uno che amava molto Manon Lescaut e voleva fuggire, e forse riuscì davvero ad andare in America o forse finse soltanto, ritrovandosi imboscato nelle patrie galere, magari a scrivere romanzi. Storia dei nonni di Pierre, Eugène e Clara, che andavano a trovarlo quando potevano, in sostituzione dell’eternamente assente, corsaro, evanescente padre. Storia dei fratelli Bakroot, compagni di scuola di Pierre, e del loro cognome fangoso e testardo, della loro rivalità esasperata, della loro distanza irrisolta. Storia sconsolata del vecchio père Foucault, incontrato da Pierre in ospedale; e della sua malattia alla gola che non voleva curare, e della ragione umilissima per cui rifiutava i farmaci, vagheggiando la fine. Storia del vecchio Georges Bandy, prete di campagna, che invecchia rovinosamente, mentre Pierre Michon s’incallisce nella sconfitta, nella trasognata abulia, nell’impostura di credersi l’artista che nessuno diceva fosse. Storia di Claudette, musa normanna e viziosa di Pierre, compagna di un periodo scriteriato e disordinato, di letteratura incarnata nella realtà, di nuova fuga e d’abbandono. Storia della sorellina di Pierre, morta di leucemia quando erano piccolissimi, tornata come spettro bambino parecchi anni più tardi, a infestare un pomeriggio d’una giovinezza che pareva, nell’ebbrezza e nell’irruenza, addirittura allegra. Storia mosaicale di Pierre Michon, scrittore e alcolista, figlio della campagna ossessionato dalla letteratura, e dei suoi primi quarant’anni; delle assenze, delle presenze, degli amori, delle morti…

Opera prima dello scrittore transalpino Pierre Michon, outsider assoluto, originariamente edito da Gallimard nel 1984, Vite minuscole è stato pubblicato da Adelphi trentadue anni più tardi, nella prestigiosa collana “Fabula”, nella complessa traduzione di Leopoldo Carra. Tecnicamente, dovremmo annoverare l’esordio di Michon tra le raccolte di racconti; è certamente uno di quei casi in cui una classificazione del genere stride, perché questa altro non è che una sua autobiografia romanzata: è un memoir atipico e irregolare, giocato per otto capitoli differenti e diseguali, con una paurosa pretesa di letterarietà e una lingua che periodicamente, soprattutto nella prima metà del libro, capitombola nel lezioso, nel barocco, poggiando su un periodare complesso e tortuoso (capace cioè di innervosire il lettore per le eccessive e gratuite diramazioni laterali). Non mancano momenti alti (stavo per dire “sublimi”): come quando, nella storia dei nonni di Michon, si legge che “Il pianto delle donne mi sembrava rientrare nell’ordine delle cose, concepibile né più né meno della pioggia o dell’influenza, ma sempre giustificato”; oppure quando, nell’ultimo racconto, l’angosciante e lancinante memoria della sorellina perduta si fa allucinazione presente e credibile, come nel primo romanzo di Parise o come in certi racconti di Borges, autore certamente presente e caro a Michon. Forse non basta per poter giustificare la definizione di “esordio folgorante e audace” data da Calasso nella bandella Adelphi: è piuttosto stato un esordio molto personale e scombinato, lontanissimo dal voler parodiare o alterare i modelli di Plutarco, Svetonio o almeno Marcel Schwob, più vicino invece alla seducente e ripetitiva tradizione dei narratori egoarchici ed egolatrici del Novecento occidentale, figli di Knut Hamsun e del Jack London di Martin Eden, di John Fante e di Roger Nimier, col grande limite (o col grande punto di forza: dipende dai punti di vista) di una scrittura che sprofonda nella concettosità, periodicamente involuta e cincischiata come appare.



 

 

 

 
 
 
 

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