Vittoria e Abdul

Vittoria e Abdul
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Londra, 20 giugno 1887. Vittoria, regina del Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda e Imperatrice d’India, celebra il giubileo della sua incoronazione dando inizio a un festeggiamento che durerà diversi giorni, alla presenza dei reali di tutta Europa ‒ molti dei quali sono suoi figli, nipoti o parenti ‒ e al cospetto di tutta la popolazione. Il suo è, almeno fino ad allora, il regno più longevo che si sia mai visto. Negli stessi giorni Abdul Karim, giovane indiano e musulmano che vive con la moglie e la famiglia ad Agra ‒ la città del Taj Mahal ‒ è scelto insieme a un altro ragazzo per essere assunto a Londra come servitore della regina. Gli vengono insegnati l’inglese e l’etichetta reale: come salutare la regina, come inchinarsi nel modo giusto e come rimanere in piedi per un lungo periodo di tempo. Su tutto, l’ordine di non guardare negli occhi la regina, per nessun motivo. Gli viene inoltre spiegato che la regina è molto affascinata dall’India, dai suoi colori, dai cibi speziati e dai profumi, ed è rammaricata che per motivi di salute non potrà mai visitarla. Abdul arriva nel Regno Unito dopo molti giorni di viaggio, e nel suo primo incontro con la regina, fuggevolmente, i suoi occhi si incontrano con quelli di lei...

Questo libro esce in Italia rilanciato dal successo del film diretto da Stephen Frears, ed è difficile approcciarsi alla lettura senza identificare la protagonista Vittoria nel volto di Judi Dench. Premesso ciò, colpisce fin dalle prime pagine la profondità con cui l’autrice ha indagato nella vita di Abdul Karim, la cui tomba è in un piccolo cimitero abbandonato di Agra, sorvegliata solo da un vecchio guardiano e da alcuni cani randagi. Ha potuto leggere i suoi diari e parlare con alcuni suoi discendenti, e scoprire sotto una nuova luce la storia che stava scrivendo. Il lavoro di ricerca è ammirevole. Ciò che stona un poco, forse, è che l’intreccio rispecchia solo in parte la complessità della società vittoriana, i divari sociali ed economici che ci ha raccontato Charles Dickens, o le cupe atmosfere di Arthur Conan Doyle o dello Stevenson del Dr. Jekyll / Mr. Hyde. La storia, come forse è giusto che sia, riflette le patinate atmosfere di corte, osservando il mondo come da una delle finestre del palazzo reale, con i vetri perfettamente lucidati e le tende di fattura preziosa. Non sapremmo se ammirarli, questi personaggi, se entrare in empatia con questo legame così improbabile e per certi versi scandaloso, o se detestarne i piccoli vizi e pretese.



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