Viva Caporetto! La rivolta dei santi maledetti

Caporetto. Se ne è sempre parlato guardando alle responsabilità militari e politiche, discutendo di Cavaciocchi, Badoglio o Cadorna, tirando in ballo “alti comandanti e umili fanti, il destino, la pioggia, lo schieramento delle artiglierie, la mancanza di ordini e, soprattutto, la mancanza di contrordini”. Attorno a Caporetto sono nate assurde leggende, si sono fatte bieche strumentalizzazioni. C’è chi ne ha sminuito l’importanza e chi l’ha trasformata in “un disastro irreparabile che ha gettato la vergogna sul popolo italiano e distrutti i risultati morali e materiali di due anni di battaglie e sacrifici”. Il risultato di questa fanfara è che chi a Caporetto c’era davvero – non l’autore di questo pamphlet/memoriale, “un uomo qualunque che è andato in trincea, fante tra fanti”, che comunque in quei terribili giorni era nel Cadore con la Quarta Armata, che ripiegò fino al Piave per arginare la rotta – ha sentito il bisogno di non parlarne più: “La preoccupazione di non apparire vigliacchi o traditori della patria, ha spinto molti di noi a rinnegare il più bel gesto, il gesto più coraggioso della nostra esistenza di poltroni”. Sì, perché secondo l’ex soldato di fanteria Kurt Erich Suchert non si è affatto trattato di una semplice disfatta militare, bensì di una tappa essenziale dell’evoluzione umana, dello sviluppo intellettuale e politico dei popoli. Di un rinascimento, della “prima manifestazione di una nuova tendenza dell’umanità”. Protagonista di questo evento è stato il fante. Un fante “solo, disperato, invelenito d’odio” che si rivolta contro la legge, la nazione…

Curato da Marino Biondi, professore di Storia della Critica alla Facoltà di Lettere dell’Università di Firenze, questo volume Vallecchi segue il testo della prima edizione, quella datata 1921, firmata C. Erich Suchert (il vero nome di Malaparte), intitolata La rivolta dei santi maledetti, pubblicata dallo Stabilimento Lito-Tipografico M. Martini e sequestrata dalla censura (“Fui chiamato disfattista, disertore, vigliacco e persino imboscato”). Nell’edizione del 1923 – a marcia su Roma effettuata – l’autore dovette “vedersela con tutta la spinosa difficoltà di riproporre in una seppure aurorale era fascista un tema bruciante e maleodorante come Caporetto, nei modi della drammaturgia eversiva cui aveva indulto il suo libro”. Fu costretto quindi a cambiarne la veste editoriale e modificare il frontespizio, ma questo non gli evitò un nuovo sequestro per censura, ordinato da Mussolini in persona. Il regime fascista aveva fatto dell’interventismo prima e della retorica della “vittoria mutilata” poi un suo elemento fondante e non poteva accettare la visione “movimentista” del libro, che non solo analizza e spiega quella che nell’immaginario collettivo è una sconfitta infame, ma addirittura la giustifica, quasi la glorifica. Secondo Malaparte infatti Caporetto “è un fenomeno schiettamente sociale. È una rivoluzione. È la rivolta di una classe, di una mentalità, di uno stato d’animo contro un’altra classe, un’altra mentalità, un altro stato d’animo. È una forma di lotta di classe. (…) La fanteria, cioè il popolo delle trincee, era divenuta una classe sociale con una mentalità propria, nettamente antiborghese e pacifista”. Riletto a quasi un secolo di distanza, il libro mantiene intatta la sua carica eversiva malgrado qualche forzatura e alcuni passaggi dallo stile manieristico.



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