Viva la vida

Viva la vida

Città del Messico, 17 settembre 1925. Lei ha diciotto anni. Quel giorno maledetto corre per la città, prende al volo un autobus per Coyoacàn che però all’incrocio col mercato di San Juan sarà travolto da un tram con un impatto di tale violenza da ridurre Frida ad un mucchio di ossa fratturate e sanguinanti. Un corrimano le perfora un fianco, la sua punta scheggiata fuoriesce dalla vagina, il corpo straziato e affogato nel sangue è ricoperto da una polvere dorata; la visione, di un misticismo quasi surreale, evoca un martirio: è destinata al calvario. Eppure sopravvive. Dovrà rimanere a letto per mesi, imprigionata in una corazza di gesso, probabilmente perderà l’uso delle gambe. Nell’ozio tormentato e dolente del tempo che non dà tregua, inesorabile, lento, Frida inizia a dipingere. Ricama fiori sui suoi busti, animali, tanti altri oggetti, fino a smorzarne con l’esuberanza dei colori l’orrore ortopedico; il resto del tempo tesse sogni, forte di un’immaginazione salvifica che la conduce oltre il corpo. Si accanisce sull’unica cosa che può osservare restando inchiodata al letto: se stessa riflessa in uno specchio. Si ritrae ossessivamente, in attesa che l’alba risorga, del giorno che si alzerà sulle gambe, perché quel giorno verrà. E viene. Claudicante Frida si reca dal grande pittore Diego Rivera con una cartella piena di disegni e un piglio sfrontato: vuole un suo parere, non è intimidita dalla mole artistica del più grande muralista messicano, in fondo è un compagno, ha fondato il Partito Comunista di quel Paese, crede fermamente come lei nella rivoluzione. Diego ha il doppio dei suoi anni, del suo peso, della sua statura… eppure l’elefante sposerà la colomba. Nasce uno degli amori più affascinanti e controversi del Novecento, si faranno del male: corna, ripicche, ricongiungimenti, figli mancati per i numerosi aborti di lei, separazioni. Addirittura si risposeranno dopo il divorzio (Diego ha già all’attivo due mogli devastate). Frida dipinge sempre, con o senza di lui, tiene a portata di mano la fiaschetta di brandy e la morfina per sedare il dolore alle ossa, dilaniata da numerosi interventi chirurgici che non hanno alleviato la sua condizione. E ci racconta, si racconta. Impietosamente…

Questo breve saggio, scritto in forma di monologo, nasce da un progetto teatrale non andato in porto, progetto di cui mantiene certe suggestioni pensate per la scena: un sottofondo di pioggia per esempio, che accompagna la voce della protagonista mentre ripercorre la sua vita. Scorre con raffinatezza ricalcando probabilmente quello che doveva essere il timbro appassionato di Frida Kahlo, che si abbandona ai ricordi frugando nelle pieghe dei dettagli più intimi e dolorosi. Apprezzabile la scelta del monologo, che consente il fluire del racconto come se sgorgasse dall’animo stesso di Frida, della quale l’autore ha colto, mi pare, le molte sfumature, aiutandosi con viaggi in Messico e pensose permanenze nella Casa Azul in cui Frida ha trascorso gran parte della vita. Stupisce come nello stretto spazio narrativo Pino Cacucci sia riuscito anche a dare cenno di un’epoca, dell’atmosfera comunista rivoluzionaria oltre che della traccia artistica lasciata da entrambi. Di certo Diego e Frida gli hanno dato manforte rendendosi parte attiva del dibattito politico internazionale ‒ Diego si prodigò perché Trockij, in fuga dalle purghe staliniane, potesse trovare asilo in Messico, dove fu ospitato proprio nella Casa Azul. Di Frida emerge l’attaccamento alla vita (da qui il titolo del libro), la smania disperata di esistere a dispetto del fisico piagato, costretto spesso all’immobilità, la tenacia tutta messicana di irridere perfino la Pelona: morte-strega che sente ronzarle intorno senza tregua. Consiglio il testo agli amanti della pittrice e alle donne insicure, impelagate nel fitness estremo con botulini annessi, ne ricaveranno sicura consolazione e illuminazione scoprendo quanto ascendente seduttivo possedesse Frida, addirittura offesa nel corpo, con l’unico aiuto estetico dei vistosi monili: perfino il vecchio Trockij perse la testa per lei. Unica pecca del saggio: ricalca piuttosto fedelmente il film Frida del 2002, quello con Salma Hayek nei panni della protagonista e la nostra Valeria Golino in quelli di Lupe, la seconda moglie di Diego. Forse chi l’ha visto potrebbe non apprezzare del tutto l’inevitabile effetto déjà vu.



Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER