Vivian

Vivian
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Chicago, 1968. Mr. Rice ha in mente un ritratto molto preciso della bambinaia che vorrebbe per sua figlia Ellen, una deliziosa bambina in carne dai bei boccoli scuri. Memore delle amorevoli bambinaie che hanno sempre abitato la sua infanzia, si immagina una donna paffuta, vestita con un abito corto ornato di volant e magari un grembiule sempre a portata di mano. Ma quella mattina, in stazione, è grande la sua sorpresa nel trovarsi di fronte ad una donna alta un metro e ottanta, secca come un chiodo: quello che lo imbarazza di più è dover piegare la testa per guardarla negli occhi, sentendosi quasi come un bambino da proteggere. Vivian Maier ‒ questo il nome della donna ‒ è stata assunta da sua moglie Sarah mentre lui era via per lavoro, con un annuncio pubblicato sul “Chicago Tribune”. La futura bambinaia di Ellen viene da New York, dove ha appena presenziato al funerale di suo padre; porta con sé un misero bagaglio, una valigetta e una borsa, e a tracolla una Rolleiflex (una di quelle che Mr.Rice aveva sempre desiderato avere), una fotocamera a cassetta che le arriva fino all’ombelico. Viv ‒ così si è raccomandata di essere chiamata ‒ continua a scattare fotografie in modo rapido e sicuro, apprezzando che Mr. Rice rallenti la corsa ogni volta che lei abbassa il finestrino per immortalare qualcosa; la sua prima foto a Chicago, quel giorno, ritrae un cavallo che giace riverso in un canale di scolo con la testa in una pozza di sangue. A Mr. Rice, Vivian fa pensare alle ragazze della pubblicità della Kodak, che incita le donne ad uscire dai confini domestici alla scoperta del mondo attraverso la fotografia; gli piacerebbe vedere gli scatti di Vivian ma a lei sembra non interessare granché lo sviluppo dei negativi: costa troppo, e farlo da sola non le piace particolarmente. La casa dei Rice è grande ‒ dodici stanze e tre bagni ‒ e a Viv viene assegnata la stanza in cima alle scale; la donna pone una sola condizione: poter avere un lucchetto molto grande e un’assoluta privacy. Nessuno dovrà mai entrare nella sua stanza. E se la piccola Ellen si aspettava Mary Poppins... beh, presto si dovrà ricredere: ci sono regole da rispettare, e luoghi e cose da vedere; il mondo non si ferma davanti alla bellezza scintillante del lago Michigan e i bambini di Viv devono diventare liberi e autosufficienti, proprio come lei. Devono conoscere la verità, perchè è la verità che ti fa venire la pelle dura. Vivian cammina veloce, parla poco e non racconta niente di sè (a seconda delle occasioni fornisce addirittura un nome falso), non è una cattolica praticante, e sorride sempre a bocca chiusa: la sua opinione è che gli americani ridano troppo e mostrino troppo i denti. Di carattere irascibile, c’è solo una cosa che può calmarla e farla sentire a proprio agio: scattare fotografie...

Nel 2007 durante un’asta, un agente immobiliare di Chicago, tale John Maloof, acquista per meno di 400 dollari un baule confiscato ad una donna per far fronte a mancati pagamenti di affitto; l’idea di Maloof è di reperire materiale iconografico su Chicago nell’ambito di una ricerca sulla città. Il baule contiene per lo più cianfrusaglie: vestiti, scontrini, cappelli, ricevute di tasse mai pagate. E anche una cassa, dentro alla quale si cela, inaspettatamente, un tesoro inestimabile: centinaia di negativi e rullini ancora da sviluppare. Scatti ‒ qualcosa come 150.000 ‒ che una volta portati alla “luce” dentro la camera oscura, faranno conoscere al mondo l’immenso lavoro di Vivian Maier, la bambinaia/fotografa considerata, postuma (morì a ottantatré anni in assoluta povertà, prima che Maloof potesse trovarla e incontrarla) una delle maggiori esponenti della street photography. Così, Vivian diventa ricca e famosa per caso, proprio lei che ha sempre amato la riservatezza; l’invisibile vicina agli invisibili; straniera nel paese che gli ha dato i natali, l’America, e nel quale non si è mai sentita veramente a casa, irresistibilmente attratta dalle sue origini austriache e francesi. Erano i volti ad attirarla di più, immortalati in primi piani senza contesto (e spesso senza averne neanche l’autorizzazione); volti che esprimono la condizione umana, e che forse hanno rappresentato per Vivian degli amici silenziosi con cui riempire una vita modesta e solitaria, segnata da una famiglia disastrata e divisa (un padre alcolizzato, una madre inetta, un fratello insano di mente rinchiuso in un manicomio del New Jersey) e da una paura fobica verso gli uomini che ha fatto propendere la Maier per la castità. Una storia personale commovente, degna del più avvincente romanzo, e molti sono infatti i libri ‒ assieme a film e documentari ‒ che l’hanno celebrata: la versione romanzata dalla scrittrice danese Christina Hesselholdt è molto intensa e originale (vincitrice nel 2017 in Danimarca del DR Romanprisen), un romanzo corale dalla vena ironica e brillante, in cui lei (il narratore) e i suoi protagonisti (Viv e i suoi familiari, Sarah e Peter Rice, Ellen e altri) raccontano i fatti in prima persona attraverso didascalie più o meno lunghe, cimentandosi a volte in fantasiosi botta e risposta tra loro. Sullo sfondo, ben ottant’anni di storia americana: dalla Grande Depressione del 1929, all’elezione di Obama nel 2009 (una vittoria della quale Viv riesce a gioire prima di passare a miglior vita), passando per la vicenda Kennedy, le lotte per i diritti civili, la guerra del Vietnam, quando Chicago fu teatro di violenti scontri tra poliziotti e pacifisti, e Vivian non aveva paura di aggirarsi con la sua inseparabile Rolleiflex per le strade battute dalla Guardia Nazionale. Attualmente il patrimonio della Maier ammonta a diversi milioni di dollari, e secondo una notizia recente sembrerebbero spuntati dal nulla una decina di suoi cugini sparsi per l’Europa, pronti a contenderselo davanti alla County Probate Court dell’Illinois.



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