Voci

Voci

Si preannuncia una estate calda a Roma e Michela Canova lo avverte ben chiaro nel profumo intenso dei tigli che quella mattina di giugno la accoglie davanti al suo condominio di via Santa Cecilia 22 appena scesa dal taxi, di ritorno da una settimana di aggiornamento a Marsiglia. Mentre cerca le chiavi di casa, sul pianerottolo la sorprende invece un odore intenso di disinfettante che arriva dalla porta semiaperta della vicina; di lei sa poco: alta, elegante, caschetto castano, naso piccolo, pelle diafana, occhi grigi, una voce velata, “piegata su se stessa”, udita nei brevi saluti occasionali. Oltre a questo, soltanto che hanno orari diversi e che la sente tornare a notte fonda. Michela spinge un po’ quella porta, nel corridoio illuminato dal sole un paio di scarpe da tennis azzurre composte vicino alla porta. Appena arriva Stefana, la portiera, questa le chiede a bruciapelo: “Non l’ha saputo?” No, Michela non ha saputo nulla, non sa che cinque giorni prima la sua vicina, Angela Bari, è stata brutalmente uccisa a coltellate. La polizia, al momento, non sa altro. Per Michela questo omicidio diventa un pensiero fisso, soprattutto non riesce a smettere di domandarsi chi fosse Angela Bari, cosa facesse, chi frequentasse. Le domande si fanno più insistenti e ingombranti quando il caso, che veste i panni del suo datore di lavoro nella radio dove lei fa la giornalista radiofonica, la costringe a fare i conti con ricerche che la portano a raccogliere dati e numeri sorprendenti e terribili. A Michela, infatti, viene affidato un programma dedicato alla volenza sulle donne e per ottenere informazioni si rivolge al commissario Adele Sòfia, dirigente della Questura sezione Omicidi, che si occupa proprio dell’omicidio Bari. Come in un mosaico Michela ripercorre la vita di Angela ricostruendola tassello per tassello dai racconti di chi l’ha conosciuta, raccogliendo le loro voci sul suo registratore vocale. Ognuna di quelle voci ha qualcosa da dire ma cela pure dei segreti (come la stessa Angela), e racconta anche con il tono, la modulazione, il timbro. La matassa appare intricata ma attraverso queste voci la storia di Angela piano piano prende forma…

Se ci si avvicina a questo romanzo di Dacia Maraini del 1994 convinti di leggere un poliziesco o un giallo, sia pure “all’italiana”, come viene solitamente definito, si è destinati inesorabilmente a restarne profondamente delusi. Meglio potremmo dire che Voci è formalmente un giallo poliziesco, per quanto atipico: c’è un morto, un assassino, la polizia che indaga, una giornalista che conduce una sua personale indagine in parallelo all’inchiesta di cui si occupa per lavoro; eppure il lettore più attento si accorge da subito, fin dalle prime pagine, che i verbi e i sostantivi che ricorrono più di frequente sono verba sentiendi e nomi che afferiscono essenzialmente all’udito, e che quindi il titolo è, per una volta, il cuore del romanzo. L’indagine appartiene ad uno dei tanti piani narrativi, certo quello che costituisce il canovaccio e sul quale si innesta e si articola, altrettanto certamente, il tema della violenza sulle donne, soprattutto in ambito domestico (non esisteva all’epoca il neologismo orribile ora in uso, e anzi sarebbe interessante sapere cosa pensa in proposito Dacia Maraini), che l’autrice sceglie di trattare in un momento storico in cui non se ne parla affatto. Nel sentire comune del tempo era infatti un aspetto della vita considerato, nella migliore delle ipotesi, troppo privato e, dal punto di vista della percezione “morale”, questione anche piuttosto aleatoria e persino giustificabile. Non stupisce che la Maraini, nei suoi romanzi sempre particolarmente attenta a tematiche femminili, decida di affrontarlo in una storia che è anche occasione per sciorinare dati e informazioni all’epoca poco noti. Eppure non è ancora questo ciò che sta a cuore davvero all’autrice. Tutto assume un significato diverso e diventa più chiaro se si tiene conto del fatto che il rapporto tra i sensi e la scrittura è sempre stato uno dei temi a lei particolarmente cari (cfr. Amata scrittura) e che spesso ha fatto affermazioni di questo tenore: “Il lettore lo si raggiunge attraverso i sensi, non attraverso le enunciazioni”. Man mano che l’indagine procede si entra nell’intimo dei personaggi che Michela incontra e interroga e le cui voci raccoglie sul suo registratore portatile; il fine sembra sempre più essere quello di conoscere non tanto l’assassino quanto la vittima. Ma Michela, intenzionata a far sì che Angela non diventi un numero nell’elenco dei casi irrisolti che le scorrono tra le mani nel corso dell’inchiesta, conosce la realtà essenzialmente attraverso i suoni, i rumori e le loro sfumature, fondamentali per svelarla al di là della sua rappresentazione visibile. Di quelle voci, cui il racconto è in gran parte affidato, alla ragazza (che non a caso ci lavora anche con le voci, dal momento che è una giornalista radiofonica) oltre a quello che dicono interessa come lo dicono; le ascolta infatti con “carnale attenzione” e le ama “per la loro straordinaria capacità di farsi corpo”. La voce è vitalità ed essenza lì dove l’immagine è apparenza, la voce è principio di tutto (In principium erat Verbum) e l’assassino è colui che “ha voluto il silenzio di un corpo”; quelle maschili, ad esempio, sono sempre forti, autoritarie ma mai autorevoli, e nella storia questo non è affatto un caso. In questo processo così approfondito di analisi le definizioni che la Maraini riesce a trovare per le diverse voci, ad un tempo così ambigue e così autentiche, diventano prodigiosamente infinite e ricche di sfumature. Come è stato detto, Voci “è un romanzo sul senso dell’udito” perché si ferma a riflettere sul ruolo delle percezioni uditive nel processo conoscitivo della realtà e nelle possibilità di descriverla a partire da quelle, e per questo la trama passa sostanzialmente in secondo piano (e per questo chi non se n’è accorto ha finito per definire il romanzo un giallo mediocre). La capacità di Michela non è una dote che ha a che fare con l’orecchio assoluto o con una ipersensibilità ma è piuttosto un modo di essere e di conoscere in profondità con un mezzo diverso, emotivo, sensuale nel senso più proprio. Nella definizione di Barthes e Havas “ascoltare” significa “mettersi in condizione di decodificare ciò che è oscuro, confuso o muto, per far apparire alla coscienza il ‘di sotto’ del senso”, e questo è proprio quello che è capace di fare la protagonista. È questa la dimensione vera del romanzo, e scoprirla e lasciarsene affascinare significa davvero farsi sorprendere da qualcosa di diverso. Nonostante l’importanza che rivestono le parole, soprattutto nella descrizione delle sfumature delle voci, la narrazione è scorrevole e sciolta, il registro drammatico sempre tenuto e composto nell’equilibrio tipico della scrittura di Dacia Maraini. Voci è forse uno dei libri meno noti della scrittrice toscana ma nel 2001 ne è stata ricavata una trasposizione cinematografica – dignitosa ma distante dal romanzo – per la regia di Franco Giraldi interpretato da Valeria Bruni Tedeschi e Gabriele Lavia.



 

 

 

 
 
 
 

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