Voci fuori campo

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Luglio 2003. La famiglia Smart sta passando le vacanze estive in una piccola cittadina della contea di Norfolk, in East Anglia. La dodicenne Astrid non l’ha presa bene: “Non c’è nulla degno di nota qui tranne una chiesa e qualche anatra, e questa casa è il non plus ultra dello squallore. È dozzinale. Non ci sarà niente degno di nota durante tutta questa dozzinalissima estate”. La ragazzina passa il tempo a fare filmini con una piccola videocamera digitale a casa o in giro per il paesino, fantasticando sugli abitanti e sulle cattiverie che le sue amiche (o anche ex amiche) Lorna Rose, Zelda Howe e Rebecca Callow direbbero di quello schifo di vacanza. Come faccia a piacere a sua madre quel posto è un vero mistero: a dire il vero però Eve Smart quando l’ha scelto non aveva in mente di fare esattamente una vacanza. È una scrittrice, ha raggiunto un inatteso successo con delle interviste immaginarie a persone realmente esistite e morte prematuramente durante la Seconda guerra mondiale. Ha scritto sei volumi della serie e il suo editore, che non ha altri autori importanti, preme per avere il settimo prima possibile. Così Eve si è andata a rintanare in quel paesino sperduto e noioso per scrivere, ma in realtà passa le giornate rinchiusa in una dépendance in giardino a fissare lo schermo bianco del suo computer, come paralizzata. E ogni sera alle sei esce dal capanno fingendo di aver lavorato tutto il giorno, rientra in casa, si cambia e cena “come se il resto della sua famiglia non stesse buttando via un’estate in quell’obbrobrio di posto nel Norfolk”. Oltre ad Astrid Eve ha (e trascura) un altro figlio, il diciassettenne Magnus, ossessionato da un atroce senso di colpa: con un paio di amici e un software di grafica qualche tempo prima ha preso il volto di una compagna di scuola e l’ha appiccicato al corpo di una pornostar, poi ha mandato per mail l’immagine a una marea di gente. La ragazza, sconvolta dalla vergogna, si è suicidata. Non sapeva chi le aveva fatto quello scherzo atroce. Ma Magnus lo sa, perché è stato lui. Con loro qui in vacanza a gestire questo groviglio di emozioni negative non c’è il padre di Astrid e Magnus: c’è il nuovo compagno di Eve, Michael. E l’unica cosa che a lui interessa gestire sono le sue storielle di sesso con le studentesse di Lettere. Fa il professore universitario e ha un carnet di tutto rispetto: soltanto negli ultimi anni ci sono state Harriet, Ilanna, quella ragazza graziosissima con il caschetto di cui ora gli sfugge il nome, Kirsty e ora ha una storia con una tale Philippa, che ama dominarlo a letto. Se avete capito il tipo, potete facilmente immaginare cosa passi per la mente a Michael quando una mattina suonano alla porta: è una ragazza, chiede aiuto perché le si è fermata la macchina. Ma poi non pare avere nessuna voglia di risolvere il problema e andarsene. Dice di chiamarsi Ambra, anche se il suo vero nome è Alhambra: si chiama così perché è quello il nome del cinema in cui stata concepita nel 1968, durante la proiezione di un film con Terence Stamp. Somiglia “alla ragazza tutta scarmigliata e cosparsa di fiori della Primavera del Botticelli”. Non si capisce bene cosa voglia dagli Smart, l’unica qualità di Ambra sembra essere la ferocia con cui dice sempre la verità, senza curarsi delle conseguenze…

Vincitore del Whitbread Book Award e finalista al Man Booker Prize e all’Orange Prize, il romanzo della scozzese Ali Smith è costruito su di un canovaccio narrativo che da noi è stato già mirabilmente sfruttato da Pier Paolo Pasolini nel suo Teorema, guarda caso uscito nei cinema nel 1968 e guarda caso interpretato da Terence Stamp. In buona sostanza, un fascinoso e misterioso estraneo si introduce in una famiglia borghese, seducendone i membri, portandone allo scoperto i segreti e le ipocrisie e dunque facendola implodere. Qui nelle dinamiche tra una scrittrice modesta che non riesce a fare il salto di qualità e il suo partner, narciso e fedifrago seriale, si inserisce come un coltello l’ineffabile Ambra, una sorta di hippy spietata e disinibita metà angelo metà demonio. Il romanzo è diviso in tre parti (L’inizio, Nel mezzo e La fine), ognuna a sua volta declinata in quattro parti, una per ogni membro della famiglia Smart, in cui seguiamo il flusso di pensieri di ogni personaggio, che così volta per volta “prende il controllo” della narrazione raccontandoci la storia in soggettiva. È probabilmente facile leggere in trasparenza in Voci fuori campo un messaggio sociale o morale, ma non è poi così interessante farlo, perché si viene sin dalle prime pagine travolti da uno stile sontuoso, raffinato, non privo di sperimentalismi. Una scrittura elegante e cerebrale che la traduttrice Federica Aceto riesce a rendere con grande bravura. Ali Smith si dimostra una vera virtuosa dell’introspezione dei suoi personaggi: non c’è nulla di artefatto o forzato, le loro riflessioni sono davvero molto simili al fiume impetuoso dei ragionamenti e delle emozioni che ogni animo umano produce, con continui salti logici, associazioni, deviazioni, ritorni. Un incantesimo circolare e potente che non è un semplice esercizio di stile ma colpisce dritto al cuore, sancendo la maestria di una grandissima scrittrice.



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