Vogliamo tutto

Vogliamo tutto
Nel sud-est proto-operaio degli anni Sessanta l'intervento della Cassa del Mezzogiorno cominciò a prefigurare un barlume di industrializzazione, rivoluzionando una regione come quella campana che fino ad allora aveva partorito dai suoi terreni dissodati fieri braccianti, i “pommarolari”. La realtà si snoda e il cambiamento è rapido e bulimico. Negli anni della sua adolescenza, il protagonista conosce brutalmente il passaggio dal razionamento economico all'economia di mercato; dal lavoro stagionale nei campi dell'Irpinia alla trasformazione meccanica dei prodotti; dall'esproprio dei terreni all'automazione dei processi produttivi; dalla disoccupazione al salariato. La sua angusta quotidianità in una frazione di Salerno, lascia il passo alla vita da emigrante nelle città operaie del nord. Fa da cornice la vita balzana, avventuriera e modaiola di Milano, suo primo approdo nel ricco nord. Sullo sfondo l'offerta di forza-lavoro all'Alemagna, negli infiniti cantieri edili del capoluogo lombardo, il facchinaggio, con il caricare e scaricare merce per conto della Standa e della Siemens. Ne susseguono i licenziamenti padronali, l'indebitamento la fame e la domanda occupazionale alla Fiat di Mirafiori, a Torino. In questi anni, conosce la militanza nell'organizzazione di Potere Operaio, alimenta i tumulti, gli scioperi, prende parte ai picchetti, alle assemblee, agita lo scontro con i sindacati confederati e rimpingua i capannelli di operai che autolimitano la produzione e inceppano il meccanismo di gestazione e formulazione del salario. La forza motrice che si genera e si scaglia sul padronato è violenta e  figlia di  esigenze materiali; l'atteggiamento della classe operaia è sincrono e monodico, i proletari nelle fabbriche sbattono in faccia alle gerarchie aziendali la loro schiettezza senza orpelli, facendo passare un concetto nozionistico provocatorio ma realista: il rifiuto del salario quale compenso della quantità e della qualità del lavoro, e con esso l'esigenza di un salario garantito slegato dalla produttività...
Vogliamo tutto di Nanni Balestrini ( prima edizione Feltrinelli nel 1971), “è un ordigno linguistico di calcolata potenza e trattenuta personalità”, scrive nella prefazione Bifo. Un documento politico narrato in prima persona dal suo protagonista, l'operaio-massa degli anni '60 e '70 che conosce la politicizzazione, una spina nel fianco per chi sostiene con grigio livore l'inconfutabile sopravvivenza del capitalismo fordista e si avvale della narrazione come mezzo esplicativo. Membro del Gruppo 63, Balestrini sciorina una lucida analisi operaista retta da una struttura sociologica che si configura preliminare e focale, regge l'urto dell'antitesi e investe i bisogni di un proletariato meridionale insofferente, condannato ad una perenne subalternità, figlio del suo tempo ed in debito con la Storia; quella Storia che assume il significato della figura retorica della propaganda ed abilita ai fasti i vincitori. L'artificio si smonta se si lavora sulla semiotica della forza-lavoro e delle merci, se si sposta nel quotidiano e nelle fabbriche l'insurrezione: solo in questo modo si ribalta la sentenza del Tribunale storico. E questo atteggiamento livido, il gruppo sociale protagonista del romanzo passionale di Balestrini e degli anni della resistenza antisistemica generalizzata lo conosce alla perfezione.

 

 

 

 
 
 
 
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