Voglio guardare

Voglio guardare

Celeste fa la terza liceo, ha sedici anni, un aspetto fin troppo normale, quasi banale. Né bassa né magra, non si trucca, niente gonne o cappotti. È seduta sul litorale e aspetta, stretta nella sua sfacciata noncuranza. Le macchine le passano accanto, gli uomini al volante la guardano con desiderio frustrato, qualcuno ripassa pur di capire se è reale ciò che crede. Ma poi va oltre, con rammarico, sperando di essersi sbagliato pur di lavare la coscienza. Ma alla fine un auto si ferma. Lo stupore ingordo in qualcuno ha generato coraggio. “Ho capito bene?”, le chiede nell’eccitazione stridula il guidatore. Avrà cinquant’anni, è imbarazzato ma ben vestito, giudica lei, e l’auto ha la moquette che odora di nuovo... Davide Heller è in casa. Una bambina sta giocando. Lui sembra non curarsi della sua presenza festosa, finché non scopre l’immensa tenerezza che gli fanno le urla felici di riso della piccola, davanti all’innocuo giochino dell’apparire e scomparire improvvisamente alla sua vista. E finché la bambina non sbuca improvvisamente dal suo nascondiglio per corrergli incontro ad abbracciarlo. Solo allora lui ne avverte il candore. La stringe a sé, le mette un braccio dietro la schiena e con l’altra mano le afferra i capelli. Fa due bruschi movimenti identici ed opposti, finché non sente il rumore del collo che si spezza ... Celeste non fa la prostituta di mestiere, lo fa ogni tanto, quando ne ha voglia, forse per scappare da una madre banale e da un padre anchilosato su una sedia, con corpo e mente in blackout da anni, grazie ad una disgraziata malattia. Heller non è un assassino seriale. Anzi, è un rispettato e distinto avvocato penalista. Quel giorno dopo aver ripulito corpo della vittima e scena del delitto con cura maniacale, infila il cadavere della bimba in uno zainetto e lo va a portare sulla spiaggia, per liberarsene. Ma non sa che alle sue spalle qualcuno lo sta guardando. È proprio Celeste...

Da quel momento le strade dolorose dei due protagonisti prenderanno a intersecarsi e fondersi in un disperato gioco incrociato, dove la vita e la morte non diverranno altro che l’identica faccia della stessa medaglia. Celeste ed Heller, il paradiso (celeste) e l’inferno (hell). O meglio, parafrasando Nabokov, due paradisi illuminati dai bagliori dell’inferno. Questo sono i due attori dell’agghiacciante romanzo scritto da Diego De Silva nel 2002,  un anno dopo il premio selezione Campiello Certi bambini. Un noir anomalo, dove la violenza, il male, la morte, non trovano mai giustificazione – e consolazione - nella ragione; o magari nell’irragionevole. Semplicemente esistono, coabitano le menti dei protagonisti, senza spiegazione e speranza alcuna. Un elemento questo che più di ogni altro pervade di asettica angoscia l’intera opera. Un romanzo di enorme impatto psicologico sul lettore, tagliente e acuminato come la lama di un bisturi, capace di incidere a fondo, senza quasi far sentir dolore.



 

 

 
 
 
 

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