Voglio vivere senza di te

Voglio vivere senza di te

L’infanzia l’aveva trascorsa in campagna, dove la famiglia si era ritirata durante la guerra. Il paesaggio era edenico, passava le giornate all’aria aperta in compagnia dei fratelli, la madre vigilava amorevole ed il padre dettava leggi e ritmi in modo che i figli avessero una cultura ampia ed una mente aperta. Questo, la maggior parte del tempo. Perché, poi, c’erano momenti in cui il genitore era come posseduto da un orco, che lo trasformava da dentro, rendendolo irascibile e violento, soprattutto con lui, il figlio più piccolo e indifeso. Crescere accanto ad un uomo dalla natura di dottor Jekyll e mister Hyde aveva inciso profondamente sul suo carattere, facendone un ragazzo forte ed affidabile all’esterno, ma fragile ed insicuro nell’animo, diffidente e pieno di paure. Per reagire alla situazione manifestava uno spasmodico desiderio di primeggiare, spesso accompagnato da una brutalità, specie verso i più deboli, ancora maggiore di quella subìta. Quando non riusciva a sentirsi forte abbastanza, ricorreva ad un espediente: beveva, spillandola da una botticella del salone, la grappa che il padre (astemio) comprava per gli ospiti. E più beveva, più diventava rancoroso, più i rapporti con il padre si logoravano, più si sentiva solo, più voleva emergere e… più beveva. Una catena senza fine, che si fece ancora più pesante quando, la giovane donna che diventò (troppo presto) sua moglie, lo iniziò alle droghe. Il fisico, tuttavia, sembrava reggeva e la mente rispondere. Lo dimostrava anche il fatto che, come attore di teatro, aveva raggiunto una certa notorietà. Certo, nei suoi momenti di alterazione, la stima di qualcuno l’aveva persa, ma in fondo, se avesse voluto, con l’alcol avrebbe potuto smettere in qualsiasi momento. Se avesse voluto…

Niente è come sembra. Toni Bertorelli, attore e regista di teatro, cinema e televisione recentemente scomparso, diretto, tra gli altri, da Nanni Moretti, Marco Bellocchio e Paolo Sorrentino, apprezzato dal pubblico e osannato dalla critica, non ha mai potuto vivere pienamente i propri successi. Colpa della “scimmia immonda” che, da giovane, gli si era appollaiata sulla spalla senza mai andarsene definitivamente, sempre pronta a ghermirlo al primo cedimento. L’alcolismo, infatti, è una malattia incurabile, che non può sparire, si può solo fermare, a patto che si rimanga vigili. Bertorelli l’aveva provato sulla propria pelle e lo ha voluto trasmettere con un’autobiografia romanzata, uscita qualche mese prima della sua morte. Nonostante la comprensibile difficoltà e l’imbarazzo di mettersi a nudo – lui, attore di successo, ancora in attività – davanti al suo pubblico, lo ha voluto fare lo stesso: per timor di Dio, a cui diceva di dovere tutto; per amore della verità e soprattutto per amore. Alla fine del faticoso cammino verso il ritorno alla vita, ha capito che è stato l’amore a salvarlo. Quello di sua moglie, che lo ha convinto ad avvicinarsi agli Alcolisti Anonimi, e quello che, da alcolista anonimo, ha utilizzato, sostituendolo all’odio, per abbattere il muro del proprio scontento. Disperazione, liti violente, furti, promiscuità sfrenata, epatite C, cirrosi, delirium tremens. Quello che si legge è terribile e dolorosissimo. Ma ciò che fa più male sono i ricorrenti propositi di smettere e le successive ricadute nel baratro, che ogni volta fanno ricominciare tutto da capo, su nuovi scenari, con una nuova donna, ma senza nessuna vera convinzione. Almeno fino alla scelta, salvifica, di avvicinare gli Alcolisti Anonimi. A loro è dedicata l’appendice finale, dove ne viene ripercorsa la storia dalla fondazione, nell’America degli Anni Trenta, ed illustrati i principi ispiratori: Il Programma dei Dodici Passi.



 

 

 

 
 
 
 

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