Volevamo andare lontano

Volevamo andare lontano

Julia scopre, durante la sfilata che decreta il suo trionfo come stilista permettendole di vincere un concorso, di avere una famiglia complessa: un nonno, zii, cugini, parenti vari e soprattutto suo padre, che non è morto come le aveva fatto credere la madre. E la ragazza che fin lì è vissuta sempre e solo dentro il suo atelier, che è il suo mondo, scopre un altro universo, quello familiare. Ha 36 anni ed è il giorno più importante della sua vita (almeno è quello che crede lei!). Nel backstage le modelle con le sue creazioni sono il risultato di un periodo vissuto pericolosamente, dormendo poco, bevendo tanto caffè, concentrata sull’obiettivo. Due uscite e, al rientro delle indossatrici, ecco l’applauso e il classico giro in passerella anche per lei e il suo socio Robin. Flash, fari puntati addosso e ancora applausi. Poi tutto si fa nero e Julia perde conoscenza. Quando riapre gli occhi è sdraiata per terra in un camerino, con un infermiere che le sta facendo un’iniezione su un braccio. L’aiuta a rialzarsi, si siede su una sedia. Si specchia e quasi non si riconosce. È in quel momento che incrocia uno sguardo azzurro, è quello di un uomo anziano, sull’ottantina, alto, magro, energico, tipicamente tedesco. Si preoccupa della sua salute, la chiama per nome. “Ci conosciamo?”, chiede lei, mentre l’uomo si presenta. Vincent Schlewitz le dice di essere di Monaco, le fa i complimenti per la “presentazione”, le dice di essere lì in veste privata e che non è un folle, ma... suo nonno, il padre di suo padre…

Quando inizi a leggerlo, vorresti che ci fosse già il weekend dietro l’angolo per poterti dedicare, per 48 ore, interamente alla storia di Julia. Senza dubbio è intrigante già dalla presentazione nelle prime pagine con questo svolgimento serrato di eventi, tutti in contemporanea, che sono fondamentali per la vita e la professione della ragazza di Monaco. D’altronde Daniel Speck, sceneggiatore e scrittore, sa bene come tenere inchiodato il suo pubblico alle sue storie. Non per niente ha vinto un sacco di premi per le sue sceneggiature. Questo è il primo romanzo, ma da subito è stato un bestseller in Germania. Si parte da Julia, ma in realtà gli eventi riguardano tre generazioni e molti parenti che, come satelliti, girano intorno alla famiglia Marconi. Ci sono storie che si ripetono, passioni che arrivano direttamente dalla trasmissione genetica, anche se ciascuno dei protagonisti riesce a conoscere l’esatta successione dei fatti solo alla fine, solo dopo essersi fatti infinitamente male l’un l’altro. Orgoglio, gelosia, voglia di rivalsa, ribellioni, c’è molta umanità, ma che allontana invece di riunire, che uccide anche. E abbandona. Ed è appunto in questo intreccio assoluto di vite che il romanzo si fa intrigante, partecipe anche a ciò che gli fa da sfondo, ovvero gli anni del boom economico, il miraggio del Nord, compresa l’emigrazione in Germania e poi il terrorismo degli Anni Settanta, gli attentati, ma anche l’affermarsi della moda, degli stilisti e delle sfilate, le gare automobilistiche con i loro campioni. Ogni evento avviene nel tentativo di far fortuna, lasciando un segno nella storia del mondo, senza per questo accontentarsi di nulla, perché “le persone soddisfatte non hanno mai cambiato la società”.



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