Volevo essere una farfalla

Volevo essere una farfalla
Michela Marzano è una donna che apparentemente ha ottenuto tutto dalla vita: una brillante carriera universitaria alla Scuola Normale di Pisa, un dottorato di ricerca in filosofia fino alla nomina a professore ordinario di filosofia a L’Universitè Paris Descart. Una vita in discesa, coronata di successi e riconoscimenti. Eppure segnata dal disagio e dalla fatica di vivere cercando di essere sempre la migliore, per non tradire le aspettative degli altri – soprattutto del padre –  e piegandosi per anni come un albero che cerca invano di resistere alla tempesta: piegarsi senza spezzarsi mai, adattandosi all'ambiente che la circondava per sentirsi accettata. Tenendo tutto sotto controllo, anche il proprio corpo. Ed è in questo contesto che si insinua viscida e silenziosa  la malattia. Mangiare in maniera compulsiva per poi vomitare, cercando di compensare il vuoto e la paura. Anche se a forza di proteggersi si rischia di morire…
E tuttavia, la storia di Michela non è una storia di anoressia. La malattia con la quale ha convissuto per anni è solo un aspetto, un sintomo di malessere nei confronti di questa società, in cui l'ossessione del controllo e il culto della performance relegano chi non ce la fa o chi non sceglie quella strada nel limbo dei falliti, di coloro che non hanno saputo gestire la propria vita. E, spesso, è proprio la famiglia di origine a generare in noi questa scollatura dalla realtà, che può portare a serie conseguenze anche in età adulta, “perché il passato non passa mai. Perché l'inconscio non conosce il tempo. E si insinua ovunque, quando meno te lo aspetti”. I genitori, con le loro aspettative e i loro sogni riversati sui figli; figli che a loro volta non si sentono mai all'altezza, sempre alla ricerca della perfezione, dell'approvazione, senza potersi sottrarre a quel circolo vizioso per cui si cerca l'amore del genitore attraverso la compiacenza. Non tutti cadiamo nel baratro dell'anoressia, ma chiunque  abbia avuto un'infanzia e un'adolescenza simili a quelle della Marzano, può capire quanto un genitore possa nuocere, pur inconsapevolmente, allo sviluppo psichico ed emotivo dei propri figli. Forse la soluzione sta nell’ imparare ad accettare l'attesa, la sospensione, l'incertezza. “Integrare lentamente l'idea che il vuoto che ci portiamo dentro non potrà mai essere del tutto colmato” e capire che non possiamo essere completamente indipendenti dagli altri. In questo libro, c’è un pezzetto della vita di tutti noi, più o meno travolti dalle contraddizioni della società contemporanea; chi con qualche cicatrice in più, ma comunque con il desiderio di riappropriarsi della propria esistenza e di scoprire come la libertà renda davvero l’orizzonte più colorato.

 

 

 

 
 
 
 
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