Volevo tacere

Volevo tacere
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Nell’aprile del 1938 il protagonista è già un noto e prolifico scrittore di romanzi e opere teatrali tradotte in diversi Paesi del mondo, che conduce a Budapest una vita agiata. Collabora con alcune prestigiose testate giornalistiche e figura tra i membri dell’Accademia delle Scienze d’Ungheria, in virtù della solida fama di intellettuale ormai acquisita e della cristallina reputazione di uomo onesto che gli viene riconosciuta. Figlio ed esponente di quella borghesia che ancora si riconosce nei valori e nello stile di vita mitteleuropea - alla quale va il merito di avere tenuto insieme l’identità di un Paese a lungo prostrato da invasioni turche, serbe e sveve - è fiero del proprio successo e della propria condizione sociale. Anche quella sera, come sempre, è di buon umore e gode di ottima salute. Dopo essere entrato nella redazione del giornale e avere prestato una sbrigativa attenzione alla posta, si è acceso una sigaretta e si sta accingendo a redigere un articolo. In quel preciso momento la porta si apre e compare dinanzi a lui il collega della stanza accanto, recandogli la nefasta notizia che il cancelliere austriaco Von Schuschnigg ha appena revocato il referendum indetto per valutare l’orientamento della popolazione in merito all’intenzione di Hitler di annettere l’Austria alla Germania e si è dimesso…

“Volevo tacere. Ma il tempo mi ha chiamato e ho capito che non si poteva tacere. In seguito ho anche capito che il silenzio è anche una risposta, tanto quanto la parola e la scrittura. A volte non è neppure la meno rischiosa. Niente istiga alla violenza quanto un tacito dissenso”. È con questa estrema e intensa confessione che si apre Volevo tacere, l’ultimo romanzo di Sándor Márai che la casa editrice Adelphi ripropone, continuando la sistematica pubblicazione in Italia delle sue opere. Siamo sicuri che i numerosi estimatori della prosa raffinata e sontuosa del grande romanziere ungherese verranno rapiti anche in questo libro dall’inesauribile vena digressiva che innerva e caratterizza la consolidata condotta narrativa di Márai. E che non resteranno delusi ancora una volta della sua rara capacità di ricamare con perizia uno stile lento e sospensivo, ma in grado di condurci tra gli spettri di un passato in cui sembra quasi di percepire il processo chimico che accompagna le associazioni mentali del protagonista nella rievocazione del quadro storico e letterario che prende sostanza sotto i nostri occhi. Lo scorcio impresso è quello non solo delle vicende intime e tormentate di un uomo, ma soprattutto di un’intera epoca colta nel preciso istante in cui ad essa viene inferito il colpo mortale. Segnato dall’inquietante consapevolezza del tramonto dei valori borghesi dell’epopea mitteleuropea, Volevo tacere si presenta pertanto come resoconto autobiografico e insieme anatomia dei riti di un passaggio che ha trasformando la cultura di un ambiente sociale in una trama storica i cui fili s’intrecciano in mille divagazioni di intensa suggestione per il lettore.



 

 

 

 
 
 
 

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