Volevo uccidere J.-L. Godard

Volevo uccidere J.-L. Godard
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Storia di cosa significava il jazz per i giovani cecoslovacchi degli anni Cinquanta e Sessanta, negli anni in cui il magnetofono e i dischi erano illegali al di là di Trieste: una libertà, una liberazione e una droga; una strada pericolosa, meravigliosamente sbagliata. Storia di una ribellione adolescente e sconfinata, di un soldato artista che si ritrova ricoverato in clinica psichiatrica, a rischio elettrochoc. Storia di un’amante trentenne che insegna a un ragazzino a fare l’amore mentre il treno fischia ed entra in curva, e poi a fermarsi appena esce da lì, e finisce per stregarlo perché non c’è stata nessuna come lei, e forse non può esisterne un’altra. Storia di una generazione coraggiosamente ribelle ai bolscevichi, a loro e ai loro programmi, ai piani quinquennali, ai processi, alle spie e alle intimidazioni. Storia di quello che accadde al festival di Cannes, nel 1968, quando la rivoluzione da salotto di un regista occidentale finì per ostacolare il sogno d’arte e di bellezza dei registi cecoslovacchi candidati a vincere: uno era il giovane Forman, l’altro era il giovane Jan Němec; “e, s’intende, grazie a questo la mia a quel tempo brillante carriera cinematografica ha subito, per così dire, un arresto. Io ne fui distrutto, artisticamente e fisicamente assassinato, e da allora so perché Forman comprendesse così bene l’animo di Salieri quando uccise il suo concorrente Mozart”. Storia delle riprese, di 23 minuti di coraggiose riprese, dell’invasione sovietica di Praga; e di come Němec riuscì a portare quella pellicola al di là del confine, complice una stupenda connazionale e un diplomatico italiano piuttosto vigliacco, e così mostrò la verità al resto del mondo: “La prepotenza dei sovietici, la protesta non violenta di milioni di cittadini sgomenti, gli spari sui civili. Poteva finire in un massacro, come in Ungheria nel ‘56. Allora la televisione non aveva ancora quella forza. È possibile che dopo la diffusione del filmato, i sovietici abbiano dovuto cambiare un po’ i loro piani, la loro strategia”. Storia di come un adattamento di un romanzo di Kafka poteva insospettire la polizia comunista, e di quanto era divertente prendersi gioco della loro stupidità. Storia di due artisti che, per spogliare una ragazza, giocavano alla polizia segreta, inventandosi una congiura da appartamento. E storia di Ivana e del suo primo, sfortunato amore, ben prima di incontrare Donald Trump...

Unico libro del regista ceco Jan Němec (1936-2016), originariamente pubblicato in patria nel 2011, Volevo uccidere J.-L. Godard è stato tradotto per la prima volta all’estero proprio qui da noi: merito di Alessandro De Vito, sanguemisto italo-ceco, studioso di cinema, e della sua Miraggi. Il libro è il battistrada di una nuova collana consacrata alla letteratura ceca: si chiama NováVlna, come la Nouvelle Vague cecoslovacca degli anni Sessanta, e si propone di rappresentare il carattere di “nouvelle vague permanente” della letteratura ceca, spesso venata di grottesco e surreale, comunque profondamente esistenziale. Němec ci restituisce, in questi trentuno sketch e racconti, scritti tra 1970 e 1990, un mosaico della sua vita: a dar retta al traduttore, questo libro è la vita di un uomo “individualista, donnaiolo, combattivo, orgoglioso, visionario, in piedi nella buona e nella cattiva sorte” e al contempo è la fotografia di un’epoca: “Est e Ovest, sovietici e americani, retroscena del cinema, attori, registi, donne, scrittori e spie”. È la restituzione dei rovesci della sorte di un giovane artista, protagonista della cinematografia cecoslovacca, enfant prodige di fama internazionale, finito a vivere esule in estremo Occidente, costretto a tirare a campare tra improbabili lezioni a Yale, una buona serie di filmini ai matrimoni, parecchia nostalgia e una necessaria dose di creatività. Secondo De Vito, la lingua di Němec è “poco letteraria e colloquiale, nervosa e farcita di modi di dire e battute. Non ci si stanca di ascoltarlo, che sia il divertimento delle situazioni paradossali da ‘bon vivant’ individualista, autore di folli e pericolose goliardate per prendere per il naso i comunisti grigi e ottusi, oppure la rabbia e la pena dell’esule che si deve arrangiare mentre trova solo muri di gomma anche nei produttori americani”. Non credo si possa consigliare questo libro soltanto ai cinefili o ai cinematografari, in genere, pur dovendo ammettere che è loro che si rivolge, in primis, questa pubblicazione, per via del fascino di questo vecchio irregolare della “settima arte”. Němec, da scrittore, ha una personalità tracimante, un fertile nervosismo e una piacevole debolezza nei riguardi delle donne e della libertà, in genere; politicamente è quanto di più vicino a un anarchico si possa immaginare, perché davvero l’artista ceco appare riottoso a qualunque autorità e a qualunque potere, davvero sembra istantaneamente irriverente, in certi contesti, e caustico e facile allo sberleffo (o al teppismo, o alla bravata). Come parecchi artisti puri, non sapeva stare al mondo. O forse proprio non voleva.



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